
Il saggio indaga Bestia da stile come l’apice del laboratorio teatrale pasoliniano, luogo in cui autobiografia, mito e storia convergono in una struttura tragica di forte carica sperimentale, senza tuttavia esaurirsi in una loro immediata sovrapponibilità. Attraverso la figura di Jan, costruzione composita che intreccia la memoria di Jan Palach con istanze riconducibili, ma non riducibili, all’esperienza pasoliniana, emerge una poetica della dissociazione che trasforma la scena in un “teatro totale”, spazio di frattura dove la crisi delle utopie novecentesche e del marxismo si incarna in un corpo esposto al dolore e alla rivoluzione. L’analisi combina una lettura descrittiva e comparativa della struttura drammaturgica con un’indagine storica sul contesto cecoslovacco degli anni 1960, inteso non come semplice ambientazione, ma come orizzonte emblematico e al contempo refrattario a ogni appropriazione soggettiva delle lacerazioni ideologiche novecentesche. Centrale è il ricorso pasoliniano alla poesia: il verso, restituito alla sua originaria oralità, diviene il dispositivo capace di superare l’artificiosità della lingua italiana e di fondere convenzione metrica e rito scenico. In questa prospettiva, Bestia da stile offre l’ultimo ritratto del poeta moderno, figura sacrificale che, lungi dal coincidere con l’autore, converte una identità ferita e problematica in un atto estremo di verità.
La letteratura italiana ha sempre affrontato la tematica della morte da diverse prospettive; dalla liberazione dal dolore al passaggio ultraterreno come nelle opere di Dante, Foscolo e Leopardi. In Bassani la morte non è un destino umano, ma trauma collettivo. In Epitaffio le lapidi sono degli strumenti narrativi e poetici che collegano vita e morte, presenza e assenza, parola e silenzio. L’articolo si propone di analizzare la raccolta poetica Epitaffio di Giorgio Bassani alla luce del binomio vita-morte, con un approccio intertestuale che mette Epitaffio in collegamento con il Romanzo di Ferrara , in particolare il Giardino dei Finzi-Contini , dove le tematiche della perdita, dell’esclusione e della colpa del silenzio sono il punto d’incontro tra poesia e narrativa. In Epitaffio Bassani ha cercato di far coincidere poesia e realtà anche a livello stilistico il che si rivela nella polifonia dei registri linguistici nelle sue poesie dove insieme all’italiano standard, si nota una marca di linguaggio confidenziale, ricavato dal parlato quotidiano, ancorando la voce del poeta alla realtà. Bassani usa confondere i registri linguistici convenzionali per ottenere, attraverso lo straniamento, un risveglio della coscienza del lettore. Sull’esempio dell’ Epitaffio , emerge l’urgenza di una parola che sappia testimoniare le atrocità e i genocidi attuali nelle diverse parti del mondo, di dare voce alle vittime civili che non trovano una sepoltura adeguata e di conservare la memoria storica. L’arte impegnata ha, dunque, il compito di opporsi all’indifferenza e alla barbarie, trasformando la scena della morte in testimonianza.
Il saggio si pone l'obiettivo di rivisitare l'opera letteraria di Oriani, a cento anni dalla Marcia al Cardello. Viene in primo luogo proposta un'analisi dell'epistolario: testo che, attraverso i suoi diversi piani di lettura, ci può aiutare a comprendere le motivazioni, soprattutto psicologiche, per le quali lo scrittore rimase per tutta la propria vita un emarginato, relegato in una dolorosa condizione di isolamento. Di seguito, vengono esaminate le circostanze dell'appropriazione della sua opera da parte del fascismo, operazione culturale condotta in modo molto organizzato ma priva di qualsiasi sostanziale base filologica, e che ha naturalmente condotto, dopo la guerra, alla totale cassazione di Oriani dal canone degli scrittori dell'Otto-Novecento. Ancora, vengono evidenziati degli oggettivi elementi di debolezza presenti nella sua opera. A fronte di una grande unitarietà contenutistica, con undici temi fondanti che ricorrono in tutti i suoi volumi, egli si presenta in termini stilistici come due scrittori in uno, ciascuno corrispondente a una diversa fase della sua attività creativa. I testi della giovinezza, ancora acerbi, sono ispirati a una modalità di espressione costruita a partire dal Romanticismo ma già mischiata a molti elementi di Decadentismo, per cui potremmo coniare la definizione di romanticismo estenuato o alessandrino; i testi maggiori (1894–1902), che appartengono alla storia del romanzo europeo dell'Ottocento, si pongono invece nel solco del verismo più tipico, con una particolarmente accentuata attenzione per l'analisi dei sentimenti (verismo analitico). Viene poi menzionata l'attività drammaturgica di Oriani, naturale sviluppo di quella narrativa, che si svolge testardamente a partire dalle consuetudini stilistiche del teatro borghese, ma si segnala all'interno di esso per un tono allucinato e violento, che rasenta in certi passaggi la “drammaturgia dell'io” di Strindberg. Viene infine dato conto dello sviluppo della bibliografia nell'ultimo quindicennio, che ha di fatto restituito ad Oriani il riconoscimento tanto a lungo e ingiustamente negato.
This article examines Italo Calvino's collaboration with Botteghe Oscure , a literary journal edited by Giorgio Bassani. In particular, it focuses on the two pieces he published therein: The Argentine Ant (1952), and A Plunge into Real Estate (1957). The primary aim is to explore potential intersections between Calvino's ecological vision and the humanist environmentalism espoused by Princess Marguerite Caetani – founder of the journal and guardian of the Garden of Ninfa – and by Bassani himself, who in 1955 co-founded the association Italia Nostra, eventually becoming its President in 1965. However, the analysis of the fragmentary and often opaque editorial traces will lead to the delineation of two antithetical approaches to environmental concerns, reflecting the 20th-century debate over the “two cultures”. On one hand stands Calvino's anti-anthropocentric and transformative perspective, ethnographically attentive to the techniques through which humankind has inscribed itself upon the earth; on the other, a sensibility that perceives nature and culture as harmoniously intertwined within the beauty of the landscape – an outlook rooted in the memory of tradition and committed to the preservation of places and monuments (villas, gardens, historic cities).
This paper analyzes the first phase of Stanislao Nievo's narrative work and identifies the poetic reasons that led to the creation of Literary Parks in the Nineties. The second part of this study hypothesizes some theoretical and philosophical models useful to understand the reception of literary places and literary parks. The analysis involves published novels and unpublished documents found in two archives dedicated to Stanislao Nievo: the Biblioteca Nazionale Centrale in Rome, and the Archivio degli Scrittori Veneti “Cesare De Michelis” in Padua.
In quest’articolo ci si sofferma sulla sezione della Lettera di Pietro Summonte a Marcantonio Michiel del 20 marzo 1524 dedicata alla miniatura. In particolare, si discute, oltre che della notizia dell’esordio di Jan van Eyck come miniatore, da riportare al successo dei modelli fiamminghi nella Napoli aragonese, della preferenza accordata dall’autore a due artisti del libro quali Giovanni Todeschino e Gaspare da Padova. Si mostra, quindi, come la centralità di tali figure nella missiva dipenda dalla loro convinta adesione alla corrente della miniatura all’antica e dalla fortuna collezionistica delle loro opere presso i sovrani aragonesi, aspetti che per l’umanista napoletano costituivano dei veri e propri parametri qualitativi.
Lo scopo di questo studio è analizzare due traduzioni del romanzo Il tempo dell’amore di Naghib Mahfuz: quella italiana, realizzata da Elisabetta Landi e Tania Dragotti nel 1990, e quella inglese, tradotta da Kay Heikkinen nel 2010. Sono sottolineati i problemi di traducibilità culturale, le difficoltà affrontate e le strategie traduttive adottate. Inoltre, vengono esaminate le abilità traduttive di Dragotti, Landi e Heikkinen nel mantenere il colore culturale saliente di Naghib Mahfuz. La traduzione italiana viene quindi confrontata con quella inglese per determinare quale sia più vicina al testo arabo.
Questo articolo analizza le poche pagine che Pietro Summonte dedica alla scultura in marmo nella sua lettera a Marcantonio Michiel, concentrandosi sulla questione dell'identit & agrave; nazionale degli scultori. La loro provenienza sembra avere un ruolo di particolare importanza nella costruzione retorica di Summonte, in particolare quando scrive dei due castigliani attivi nella Napoli vicereale spagnola, Bartolom & eacute; Ord & oacute;& ntilde;ez and Diego de Siloe, e dei due locali emergenti, Giovanni da Nola and Girolamo Santacroce, descritti come giovani e talentuose promesse. L'articolo, inoltre, verte sulla carriera napoletana di altri due artisti, Alonso Berruguete e Giovan Giacomo da Brescia, svoltasi all'incirca nello stesso periodo e scandagliata e rivalutata in dialogo con le considerazioni di Summonte.
Is a non-rearguard defense of the humanities possible in the age of artificial intelligence? This article answers in the affirmative by proposing metaphor as method, rather than as ornament or as a totalizing substitute for reference, through a dialogue between Giambattista Vico's humanistic pedagogy and contemporary debates on AI, cognition, and ecology. Starting from De nostri temporis studiorum ratione (1709), the essay reconstructs a Vichian model in which metaphor functions as a regulated epistemic device: a means of connecting heterogeneous domains without collapsing their differences. The argument unfolds along three main axes. First, it revisits the debate in historiography between Hayden White and Frank Ankersmit, showing how Vico offers an intermediate path between the total rhetorization of reality and the extra-discursive irruption of the sublime. Second, it examines the productive role of metaphor in eco-linguistics, translation studies, cognitive science, and early cybernetics, focusing on figures such as the "leaky organ" and the "rainforest" of cognition. These metaphors do not negate computation or formalization; rather, they situate them within an ecological and embodied horizon of meaning. Third, the essay argues that Vico's "ratio studiorum" anticipates contemporary 4EA approaches to mind and translation, grounding scientific abstraction in imagination, affect, and the "Lebenswelt". Against both transhumanist homologies and purely rhetorical constructivism, the article defends metaphor as a discipline of distance: a method that enables "translation" boundaries between life and machine, nature and calculation, without erasing their mutual. In this sense, Vico's thought provides a timely framework for rethinking humanistic knowledge in the era of algorithms, environmental crisis, and AI - affirming an epistemological collaboration between calculation and imagination as the condition for a renewed, responsible humanism.
The essay provides an in-depth analysis of La sirena , Tomasi di Lampedusa's most enigmatic, opaque and indirect work. Through the notion of allusiveness and Francesco Orlando's figural categories, the paper focuses on the reuse of traditional siren mythology by the writer, as well as the dense literariness. It highlights Tomasi di Lampedusa's narrative strategy of creating imagery of ‘autre’, which reveals a deeper meaning of the things indirectly and resolves the contrast between mortality and eternity.
L'articolo rilegge il passo della lettera di Pietro Summonte dedicato alle opere di Giotto e dei suoi discepoli a Napoli come costruzione storiografica consapevole, radicata nella cultura umanistica. Analizzando il testo come fonte autonoma, e non come repertorio di notizie su opere perdute, si indagano struttura narrativa, modelli interpretativi e implicazioni ideologiche che presiedono alla trattazione della pittura napoletana prima di Colantonio, pittore a cui & egrave; rivolto il principale interesse dell'autore.
La letteratura italiana ha sempre affrontato la tematica della morte da diverse prospettive; dalla liberazione dal dolore al passaggio ultraterreno come nelle opere di Dante, Foscolo e Leopardi. In Bassani la morte non & egrave; un destino umano, ma trauma collettivo. In Epitaffio le lapidi sono degli strumenti narrativi e poetici che collegano vita e morte, presenza e assenza, parola e silenzio. L'articolo si propone di analizzare la raccolta poetica Epitaffio di Giorgio Bassani alla luce del binomio vita-morte, con un approccio intertestuale che mette Epitaffio in collegamento con il Romanzo di Ferrara, in particolare il Giardino dei Finzi-Contini, dove le tematiche della perdita, dell'esclusione e della colpa del silenzio sono il punto d'incontro tra poesia e narrativa. In Epitaffio Bassani ha cercato di far coincidere poesia e realt & agrave; anche a livello stilistico il che si rivela nella polifonia dei registri linguistici nelle sue poesie dove insieme all'italiano standard, si nota una marca di linguaggio confidenziale, ricavato dal parlato quotidiano, ancorando la voce del poeta alla realt & agrave;. Bassani usa confondere i registri linguistici convenzionali per ottenere, attraverso lo straniamento, un risveglio della coscienza del lettore. Sull'esempio dell'Epitaffio, emerge l'urgenza di una parola che sappia testimoniare le atrocit & agrave; e i genocidi attuali nelle diverse parti del mondo, di dare voce alle vittime civili che non trovano una sepoltura adeguata e di conservare la memoria storica. L'arte impegnata ha, dunque, il compito di opporsi all'indifferenza e alla barbarie, trasformando la scena della morte in testimonianza.La letteratura italiana ha sempre affrontato la tematica della morte da diverse prospettive; dalla liberazione dal dolore al passaggio ultraterreno come nelle opere di Dante, Foscolo e Leopardi. In Bassani la morte non & egrave; un destino umano, ma trauma collettivo. In Epitaffio le lapidi sono degli strumenti narrativi e poetici che collegano vita e morte, presenza e assenza, parola e silenzio. L'articolo si propone di analizzare la raccolta poetica Epitaffio di Giorgio Bassani alla luce del binomio vita-morte, con un approccio intertestuale che mette Epitaffio in collegamento con il Romanzo di Ferrara, in particolare il Giardino dei Finzi-Contini, dove le tematiche della perdita, dell'esclusione e della colpa del silenzio sono il punto d'incontro tra poesia e narrativa. In Epitaffio Bassani ha cercato di far coincidere poesia e realt & agrave; anche a livello stilistico il che si rivela nella polifonia dei registri linguistici nelle sue poesie dove insieme all'italiano standard, si nota una marca di linguaggio confidenziale, ricavato dal parlato quotidiano, ancorando la voce del poeta alla realt & agrave;. Bassani usa confondere i registri linguistici convenzionali per ottenere, attraverso lo straniamento, un risveglio della coscienza del lettore. Sull'esempio dell'Epitaffio, emerge l'urgenza di una parola che sappia testimoniare le atrocit & agrave; e i genocidi attuali nelle diverse parti del mondo, di dare voce alle vittime civili che non trovano una sepoltura adeguata e di conservare la memoria storica. L'arte impegnata ha, dunque, il compito di opporsi all'indifferenza e alla barbarie, trasformando la scena della morte in testimonianza.La letteratura italiana ha sempre affrontato la tematica della morte da diverse prospettive; dalla liberazione dal dolore al passaggio ultraterreno come nelle opere di Dante, Foscolo e Leopardi. In Bassani la morte non & egrave; un destino umano, ma trauma collettivo. In Epitaffio le lapidi sono degli strumenti narrativi e poetici che collegano vita e morte, presenza e assenza, parola e silenzio. L'articolo si propone di analizzare la raccolta poetica Epitaffio di Giorgio Bassani alla luce del binomio vita-morte, con un approccio intertestuale che mette Epitaffio in collegamento con il Romanzo di Ferrara, in particolare il Giardino dei Finzi-Contini, dove le tematiche della perdita, dell'esclusione e della colpa del silenzio sono il punto d'incontro tra poesia e narrativa. In Epitaffio Bassani ha cercato di far coincidere poesia e realt & agrave; anche a livello stilistico il che si rivela nella polifonia dei registri linguistici nelle sue poesie dove insieme all'italiano standard, si nota una marca di linguaggio confidenziale, ricavato dal parlato quotidiano, ancorando la voce del poeta alla realt & agrave;. Bassani usa confondere i registri linguistici convenzionali per ottenere, attraverso lo straniamento, un risveglio della coscienza del lettore. Sull'esempio dell'Epitaffio, emerge l'urgenza di una parola che sappia testimoniare le atrocit & agrave; e i genocidi attuali nelle diverse parti del mondo, di dare voce alle vittime civili che non trovano una sepoltura adeguata e di conservare la memoria storica. L'arte impegnata ha, dunque, il compito di opporsi all'indifferenza e alla barbarie, trasformando la scena della morte in testimonianza.
Antagonists are usually the understudied characters of a literary world. Often, they are dismissed as mere narrative structure or despised as the epitome of villainy. Jorge of Burgos, the dogmatist of The Name of the Rose, is the ultimate villain in Umberto Eco's oeuvre. Nevertheless, there are almost no exclusive character studies of him. This article undertakes a subversive reading of the novel and the character, utilising Ren & eacute; Girard's theoretical framework of scapegoating. Sketching the contours of Girard's theory, the article examines the mimetic nature of the crimes and evil within the abbey, as well as the crises in the larger world depicted in the novel. The deconstructive reading reveals that Jorge was truly a scapegoat, and the novel is, in fact, a literary text of persecution, aligning with the persecutors' perspective. It challenges Eco's idea of the model author as susceptible to ideological capture. Rather, the article asserts that literature can be a liberative pedagogy through a revisionist rereading that accepts the unacknowledged scapegoats.
While love and opera are commonly associated, the comic operas of Gioachino Rossini are not the first to come to mind. Instead, Rossini has a reputation for detachment, irony, and a lack of realism; absent too is the psychological insight of Mozart and the sentimentality of Donizetti and Bellini. This study argues against these assertions by exploring the notion of Rossinian love in L'Italiana in Algeri which premiered in 1813, libretto by Angelo Anelli. Based on an analysis of the opera as an opera buffa and the contemporary Italian experience, such as the Barbary pirates, European slavery, and cicisbeism, the type of love exhibited by each character is described. Conclusions are drawn by comparing Rossini and Mozart and the changes that occurred in between their productive lives.
A study of the most relevant pandemics in human history makes evident convergences and discrepancies. In terms of theories and models of international politics, such comparisons allow us to elaborate useful tools for our times. The most interesting discovery is that-against the position that the US government and others are assuming in 2025-we need to raise the level of international cooperation in response to the virulence of the viruses of our era. For there are two main reasons behind the expansion of deadly viruses in our times: internally, the increase in communication and exchange between the countryside and the town; internationally, the increased exchanges and communication among nations. The high level of environmental damage and its effect on human health is probably another element to be addressed. The above factors may be efficaciously managed only at the international level, through the reinforcement of the World Health Organization and better cooperation among governments. A culture of welfare should prevail, bolstering states' sanitary systems and investing collectively in resources for better personal and public health.