
Recensione di Niccolò Scaffai, Sotto l’inesauribile superficie delle cose. Il paradigma della profondità nell’immaginario dell’Antropocene. Aboca, 2025.
Recensione di Giuliana Benvenuti (a cura di), La letteratura italiana dal 1895 a oggi. Una storia intermediale. Einaudi, 2025.
The production, circulation and reception of Soviet underground culture in Italy during the cultural Cold War represents an extremely interesting case study to demonstrate that the ‘Nylon Curtain’– namely, an extremely permeable geopolitical and ideological border – allowed the passage in both directions of a great variety of cultural objects, such as manuscripts (samizdat), books (tamizdat), audio recordings (roentgenizdat, magnitizdat), videotapes, paintings, drawings, graphics, photographs, etc. Starting from an event of crucial importance for the diffusion of unofficial Soviet culture in Italy and abroad – the Biennale of Dissent – which took place in an equally crucial year for the international spread of Soviet dissent – 1977 – this essay aims to introduce the main topics of this thematic section, through the analysis of the actions of various socio-cultural actors who participated in the creation of the exhibition Libri, riviste, manifesti, fotografie, videotapes, samizdat [Books, magazines, posters, photographs, videotapes, samizdat] and the relational network that linked them.
This article focuses on the Italian reception of the so-called singing poets or ‘bards’ Bulat Okudzhava and Aleksandr Galich. The two artists, together with Vladimir Vysotskii, are undoubtedly the most prominent representatives of the bardovskaia pesnia. Their recordings had a second life outside the boundaries of the Soviet Union, where Russian emigrant circles helped their popularity grow very quickly. In Italy, their song production received some attention in the second half of the twentieth century. Through an analysis of different articles, interviews and other peritextual and paratextual material, I trace back the history of the reception of Okudzhava and Galich, shedding light on how this genre was perceived in Italy. In particular, I show how newspapers put the two bards in the context of the Soviet Union, which was marked by the dichotomy conformism/nonconformism and official art/underground circulation and which image of the two artists predominates in the Italian press of that time.
The paper explores the encounter and reception of underground Soviet rock in Italy, focusing on a case study that firstly includes in the dynamics of reception the roles of imaginary and affect, reframing the concept of paratext in the field of performative and sound studies. The paper then focuses on the very first Soviet rock concert in Italy and the following initiatives that allowed Italian rock musicians to perform in Russia. It examines the cultural policy that enabled this contact and the role of CCCP Fedeli Alla Linea to prepare the expectations of the Italian audience to it. The paper deconstructs the line between underground and officiality in Perestroika time, showing how these contactless worlds present interesting similarities, including misunderstanding and exoticization through poetic strategies and expanding the concept of paratext as a blurring, ever-changing line.
All’interno del quadro teorico transdisciplinare disegnato dalle emozioni, questo contributo intende presentare una categoria di analisi innovativa, la Gefühlstextualität, con la quale poter individuare i vari elementi testuali che veicolano le emozioni dell’autore e che funzionano al contempo come stimolo di nuovi fenomeni emotivi nel lettore nel momento della ricezione. Alla luce di questa categoria, le emozioni possono quindi essere indagate nella complessità del circolo ermeneutico, in quanto fenomeni incarnati che guidano e determinano tutto ciò che è l’umano bíos. Nella seconda parte dello studio, attraverso l’applicazione della Gefühlstextualität alla lettura di una pagina tratta dal Werther di Goethe, si mette in luce come le emozioni si facciano parole che continuano a preservare al loro interno un intenso valore emotivo, formando un vero e proprio tessuto letterario nel quale poter rintracciare una poetica delle emozioni che inserisce la letteratura e il suo studio all’interno del paradigma neuroscientifico odierno della 5E Cognition.
Recensione di Paolo Tamassia (a cura di), Le traduzioni della Poetica di Aristotele. Dal Cinquecento a oggi. Carocci, 2026.
Cette contribution, qui croise une approche traductologique et analytique, se concentre sur le poème en français « Hoquet » de l’auteur guyanais Léon Gontran-Damas (1912-1978), tiré du recueil Pigments, dont on observe les traductions en italien allant des années 1950 jusqu’au XXI siècle. La comparaison ponctuelle des choix traductifs a pour objectif de mettre en lumière la complexité et l’audace du style de Damas, ainsi que le labor limae qui génère des stratifications de sens, voire des versions différentes, dans le flux d’une écriture de plus en plus morcelée. Le poème « Hoquet », qui dénonce la politique assimilationniste de la France, résume ainsi toute une poétique du défi et de l’ironie démystificatrice, tout en laissant affleurer des écueils significatifs dans le travail de traduction.
L’articolo ripercorre le alterne vicende dell’interazione mondadoriana con i dattiloscritti di Andrej Platonov, che arrivarono in Europa tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Sulla scorta dei documenti in stragrande maggioranza inediti conservati presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori di Milano (FAAM), si ricostruiscono le fasi che portarono alla pubblicazione di Kotlovan (Nel grande cantiere, 1969) e di Čevengur (Il villaggio della nuova vita, 1972), evidenziando per la prima volta il ruolo svolto di alcuni fra i primi lettori italiani di Platonov (Anton Maria Raffo e Oreste Del Buono), nonché la fondamentale opera di mediazione assolta da figure di rilievo nella comunità transnazionale del tamizdat (Ludmila Dušková, Michael Scammell, Nikita Struve e Maria Olsuf’eva).
Recensione di Francesco Accattoli, Poesia e mare: il Novecento tra Italia e Spagna. Peter Lang, 2025.
Prendendo le mosse dalla nuova edizione de Il libro di poesia (2025) di Enrico Testa, questo saggio discute gli effetti e le nuove direzioni di ricerca che la prospettiva e il metodo di quel lavoro avevano già dischiuso nel 1983, e che oggi risultano particolarmente efficaci (per non dire euristici) per affrontare i problemi di teoria, poetica e stile che sono al centro del lyric turn contemporaneo. In particolare, attraverso un confronto con le principali teorie che dagli anni Ottanta a oggi hanno interrogato i fondamenti estetici e metodologici del genere lirico, mi soffermerò sulla nozione di libro come oggetto estetico – e non soltanto materiale –, affrontando questioni (e ostacoli) metodologici che una prospettiva di questo genere comporta quando ci rapportiamo alla poesia attraverso l’inesauribile conflitto tra l’uno e il molteplice: tra l’unità paradigmatica della lirica (il testo, preso nella sua singolarità) e la sua successiva riconfigurazione sintagmatica nella forma-libro.
J. M. Coetzee’s Disgrace (1999) offers a potent depiction of the human condition within the complex milieu of post-apartheid South Africa, characterized by its diverse ethnicities and shifting interrelations. The novel, through the troubled trajectory of Professor David Lurie, a literary scholar steeped in liberal humanism, critically examines the limitations of such ideals when confronted with lived reality. Lurie’s journey from an intellectual figure to a disgraced outcast, and subsequently to a guest and a stranger, highlights the disconnect between his education and the radically transformed (post-apartheid) environment and its occupants (the strangers). Lurie’s struggle to navigate these altered social dynamics, and his entanglement with ‘liquid fear,’ underscores the failings of his liberal education. However, Disgrace does not merely present a bleak picture of societal disintegration. Lurie’s eventual (uncanny) position as a stranger, stripped of his former status, paradoxically opens a pathway towards a rediscovery of “essential human value,” specifically the capacity for ‘caring,’ suggesting a potential for moral transformation or rebirth.
Il saggio presenta tre casi studio sulla ricezione in Italia della letteratura sovietica non ufficiale dedicata al tema del Gulag, pubblicati dall’editore Mondadori tra la fine degli anni ’60 e il 1973. Si tratta delle edizioni italiane di Il primo cerchio di Aleksandr Solženicyn, L’epoca e i lupi di Nadežda Mandel’štam e Tutto scorre di Vasilij Grossman, opere scritte in URSS, fatte pervenire clandestinamente in Occidente e successivamente pubblicate da Mondadori. Attraverso l’analisi di fonti archivistiche, l’articolo ricostruisce le tappe principali della circolazione transnazionale delle edizioni tamizdat, con particolare attenzione alle strategie editoriali e alle mediazioni culturali che ne hanno favorito la ricezione in Italia. Viene messo in luce il ruolo di diversi attori socio-culturali coinvolti nella selezione e interpretazione dei testi e nella definizione degli elementi paratestuali (Genette). Le loro pratiche, inserite in una più ampia rete di scambi professionali e intellettuali tra contesti nazionali e culturali differenti, contribuirono alla formazione di quella che Kind-Kovács definisce una comunità transnazionale.
Il presente contributo propone uno studio di Stratagemmi (1979) di Cesare Greppi, raccolta fortinianamente “oscura”, nel tentativo di dimostrare come testi analoghi necessitino di una determinata prassi metodologica e dell’individuazione dei giusti grimaldelli teorici. Qui si riscontrerà la produttività dei concetti di “fantasma” in senso lacaniano e di “disseminazione” in senso derridiano. Da una parte, infatti, le poesie sono ricche di forme del non-detto (censure, lapsus, repressioni, lacune) che possono essere illuminate con il contributo delle teorie psicoanalitiche, e dall’altra questi testi decostruiti possono essere parzialmente ristrutturati a partire da una discussione articolata degli aspetti metrico-prosodici. Questo non vuole essere né un discorso teorico astratto dal testo, né un’analisi del testo che fa un uso pretestuoso della teoria: l’ambizione è quella di mostrare come si può leggere un libro costitutivamente clus come Stratagemmi, facendo incontrare a metà strada la teoria e l’analisi metrico-prosodica sul terreno intermedio del commento letterario.
Franco Fortini parla di dissenso sovietico a partire da una prospettiva marxista e legge le denunce al regime di oppressione della società sovietica come un chiaro segno del fallimento del sistema politico ed economico dell’Urss, parlando di una «catastrofe storica». Per Fortini le denunce dei dissidenti richiamavano la necessità di leggere criticamente e superare il passato stalinista, per recuperare «il discorso umano» alla base del socialismo: «l’umanesimo socialista sporcato con il sangue dei Gulag». La parola catastrofe, di chiara ascendenza benjaminiana, ci offre la possibilità di richiamare alcuni concetti chiave del pensiero politico fortiniano e di recuperare una visione critica sul ruolo storico dell’Urss per le sinistre occidentali.
L’articolo illustra gli esordi della fortuna dell’arte non-conformista sovietica in Italia nella seconda metà degli anni Sessanta, analizzandone le principali mostre come canale di divulgazione, e le recensioni apparse sulla stampa italiana come fonti per ricostruirne la ricezione critica. Le prime retrospettive storiche dedicate alle avanguardie russe di inizio secolo aprirono la strada verso un interesse per un’arte sovietica “nuova” e “indipendente”, essenzialmente contrapposta alle rassegne ufficiali ospitate nel padiglione dell'URSS alla Biennale di Venezia. Il debutto del non-conformismo sovietico avviene nel 1965 all’Aquila con la collettiva Alternative Attuali 2, le cui opere, giunte attraverso canali diplomatici e di Partito, furono presentate in una prospettiva tematica e transnazionale. A questa iniziativa seguirono le prime esposizioni allestite in gallerie private di diverse città italiane, che gettarono le basi per una diffusione capillare e per la nascita di un mercato dell’arte dedicato.
Recensione di Martina Misia, Problemi dell’ibridazione. Il realismo magico. Mimesis, 2025.
Titolo: Sventure, disastri e calamità: racconti dello spirito-scimmia nel Taiping Guangji 太平廣記 Il presente articolo esamina la rappresentazione degli spiriti-scimmia nel Taiping guangji, concentrandosi su sette racconti nei quali tali entità sono associate a sventure, disastri e calamità. Questi spiriti presentano caratteristiche ambigue, oscillando tra il demoniaco e il divino, e sono collegati alla morte, alla malattia o a catastrofi su larga scala. Tra i motivi ricorrenti figurano la sigillatura o l’imprigionamento, che ne sottolineano la pericolosità, e la capacità di mutare forma, che ne rafforza il carattere ingannevole e caotico. L’analisi comparativa mette in luce elementi comuni e differenze significative: alcuni racconti presentano gli spiriti-scimmia come esseri apertamente malevoli, mentre altri ne evidenziano la natura incerta. Tali rappresentazioni si inseriscono in più ampie tradizioni letterarie cinesi, nelle quali la scimmia appare spesso come una creatura liminale tra l’umano, l’animale e il soprannaturale. Lo studio contribuisce a chiarire l’evoluzione dell’immagine della scimmia nella letteratura cinese premoderna, successivamente rielaborata nel classico Viaggio in Occidente.
This paper explores the role of translation in shaping intercultural understanding and the transmission of literary heritage, focusing specifically on the translation of Azerbaijani classical poetry into English. Drawing on key theoretical perspectives in translation studies and historical examples of literary transmission, the study situates Azerbaijani literature within a global context. It traces early encounters with Azerbaijani poets such as Seyyid Imadaddin Nasimi and highlights the contributions of Orientalist scholars in bringing figures like Nizami Ganjavi, Muhammad Fuzuli, and Gazi Burhaneddin to the attention of English-speaking audiences. The paper discusses the challenges posed by the multilingual character of Azerbaijani literary production, especially the use of Arabic and Persian, and debates around the representativeness of translated works. Through a selective analysis of key translations and scholarly efforts, the article underscores the pivotal role of translation in elevating Azerbaijani literary aesthetics and calls for further research to ensure a more comprehensive global appreciation of its cultural and poetic legacy.
In the realm of published works, whether original literary creations or translations, the significance of paratexts and peritexts in shaping a text’s reception cannot be overstated. In the encyclopaedia entry titled Livre (1990) Jacques-Alexandre Breton, Henri-Jean Martin and Jean Toulet observe: “Tous les éléments constitutifs du livre, la lettre, la mise en pages, l’illustration, la reliure peuvent être mobilisés pour renvoyer à des valeurs autres qui exaltent ou occultent sa fonction de communication”. In the famous Seuils (1987), Gérard Genette emphasises the centrality of the cover and peritext as the “lieu du label”, constituting “un trait explicite et localisé” that conveys specific suggestions to the audience. It goes beyond the mere details of the author’s name and the work’s title to convey to the public an overarching idea. It is precisely within this conceptual framework that the series of the Italian publisher Jaca Book Di fronte e attraverso [In front and across] has thrived. This series, initiated in 1977 with the release of Lidia Chukovskaia’s tamizdat novel La casa deserta [The Deserted House], stands as Jaca Book’s inaugural venture into Soviet and Russian dissent literature. Since its inception, it has been dedicated to publishing literary texts emerging from Soviet and Russian dissent. The series stands as a testament to the profound impact of paratextual and peritextual elements in shaping both narrative and reception. The publications in the series are devoted to a wide range of texts belonging to what I define as “free Russian-Soviet literature,” adopting the category formulated by Iurii Mal’tsev in the title of his renowned tamizdat volume Vol’naia russkaia literatura (1976). This definition does not refer solely to unofficial or dissident literature (or other similar expressions that will be discussed in this paper), but to the entire body of independent literary production — that which stands apart from the official canon of Socialist Realism.