
Lo sviluppo di nuove megaprotesi per il trattamento di grandi difetti ossei ha offerto importanti opportunità ai chirurghi ortopedici oncologi per la sostituzione di grandi segmenti scheletrici, come le ossa lunghe degli arti superiori e inferiori e le relative articolazioni. La nostra esperienza clinica nel trattamento di pseudoartrosi e grave perdita di tessuto osseo ci ha portato, a volte, a confrontarci con la realtà di alcuni fallimenti chirurgici dopo tentativi infruttuosi di ricostruzione. Di fronte a certe situazioni cliniche o radiologiche drastiche abbiamo voluto applicare i principi della Camera Biologica in associazione con soluzioni di sostituzione megaprostesica. Abbiamo impiantato megaprostesi sia con tecnica a 1 o 2 step (precedentemente trattati con spaziatore antibiotato) a seconda delle condizioni del paziente. Lo scopo di questo studio è quello di valutare retrospettivamente i risultati clinici e radiologici in pazienti sottoposti a megaprotesizzazione di arto inferiore e di registrare le complicanze.
L’innesto osseo autologo è stato a lungo considerato il gold standard per il ripristino dei difetti ossei. Tuttavia questa procedura si associa nel tempo allo sviluppo di un alto tasso di complicazioni senza, peraltro, garantire benefici clinici assoluti. Per questo motivo la ricerca si è concentrata negli ultimi anni sullo sviluppo di sostituti ossei alternativi (biologici e sintetici).
Le lussazioni acromionclaveari sono lesioni che necessitano di un trattamento chirurgico solo in una quota ristretta dei pazienti interessati.
Le fratture di ginocchio possono essere classificate in base alla sede anatomica, al meccanismo traumatico e all’età del paziente.
Abbiamo trattato un paziente di 47 anni giunto alla nostra osservazione tramite il Servizio Traumatologico d’Urgenza del nostro Istituto con diagnosi di frattura di trochine dalla testa omerale destra in paziente sottoposto a stabilizzazione della spalla omolaterale con tecnica secondo Letarjet nel 1993. Il paziente pertanto è stato sottoposto a intervento chirurgico di osteosintesi a cielo aperto mediante ancorette. Il decorso post-operatorio è stato regolare e il recupero funzionale buono con grande soddisfazione del paziente.
Le lussazioni di gomito risultano essere un’evenienza ortopedica da trattare in urgenza. Scopo del nostro lavoro è stato quello di analizzare le lesioni dal punto di vista anatomico e biomeccanico. Dopo un’attenta analisi della letteratura abbiamo valutato i vari tipi di trattamento. Anche se spesso quest’ultimo risulta essere incruento, un’accurata diagnosi delle lesioni associate, che spesso passano misconosciute, può indirizzarci verso un trattamento chirurgico. Questo tipo di lesioni non sono scevre di complicanze e la riabilitazione precoce è il punto di partenza per una ripresa efficace.
Le fratture dell’estremo prossimale di omero sono relativamente frequenti e rappresentano il 4–6% di tutte le fratture, con una maggiore prevalenza nella popolazione anziana (infatti, il 75% del totale coinvolgono pazienti over-50). Il loro trattamento continua a essere oggetto di discussione, non solo nella scelta tra l’approccio incruento (che può condurre a buoni risultati con rischi moderati) e quello cruento, ma soprattutto nella selezione di un metodo chirurgico piuttosto che un altro fra i tanti proposti. In una moderna ottica di cura, volta ad assicurare un’adeguata qualità di vita durante il trattamento e un rapido reinserimento sociale del paziente traumatizzato, i limiti del trattamento conservativo non possono essere ignorati e, negli anni, si è consolidato un indirizzo sempre più decisamente chirurgico nel trattamento delle fratture. Questo studio nasce dall’esigenza di conciliare, nel trattamento di queste fratture, il miglior recupero funzionale (data la complessa struttura anatomica dell’articolazione “spalla”), con la minore incidenza di complicanze relative non solo all’intervento chirurgico e al periodo di degenza ospedaliera, ma anche alle sequele psicologiche che il trauma e il trattamento stesso possono avere sui pazienti più spesso interessati da questa lesione ovvero i pazienti anziani. Riportiamo i risultati di 33 pazienti (20 donne e 13 uomini con età media di 76 anni) con fratture dell’epifisi prossimale di omero ottenuti con l’utilizzo dell’osteosintesi elastica con chiodini di Galluccio. Al follow-up a 12 mesi abbiamo ottenuto complessivamente un buon recupero funzionale con un valore medio di Constant score di 80,9. La sintesi elastica con chiodi di Galluccio può quindi essere considerata una valida alternativa alle metodiche classiche esistenti e una tecnica elettiva nelle fratture di epifisi prossimale di omero nel soggetto anziano.
Il meccanismo traumatico più frequente che causa la frattura monostotica ulnare è il trauma diretto. La scelta del trattamento dipende ovviamente dal meccanismo traumatico, dal tipo di frattura, dal grado di scomposizione o comminuzione, dalle lesioni associate e dalle preferenze del paziente e dell’ortopedico. Fratture composte o con scomposizione minore del 50% del diametro della diafisi ulnare e angolazione fino a 10 gradi possono essere inizialmente trattate con immobilizzazione antibrachiale con un basso rischio di scomposizione secondaria. Fratture con una scomposizione maggiore del 50% richiedono un trattamento di tipo chirurgico. Fratture a livello del terzo distale possono provocare alterazioni dell’articolazione radio ulnare distale. In caso di trattamento conservativo di fratture stabili, esiste una debole evidenza a favore dell’immobilizzazione al di sotto del gomito nei confronti dell’immobilizzazione del gomito, in caso di frattura composta, ma ulteriori più rigorosi trial si rendono necessari per stabilire definitive linee-guida. Il trattamento chirurgico prevede l’osteosintesi con placca e viti, l’inchiodamento endomidollare con fili di Kirshner rappresenta una tecnica a minima invasività che non garantisce il controllo della rotazione dei frammenti di frattura. Per il complesso rapporto tra le due ossa dell’avambraccio, unite dalla sindesmosi e dai legamenti radio-ulnare prossimale e distale, la frattura isolata della diafisi radiale è spesso associata a una lesione legamentosa. In particolare, soprattutto per le fratture al terzo medio e al terzo distale della diafisi, un lieve accorciamento della diafisi radiale dovuto alla frattura si ripercuote sull’integrità dell’articolazione radio-ulnare distale, causando la frattura di Galeazzi. Per questo motivo è consigliabile uno studio clinico e radiologico accurato. Studi su cadavere hanno dimostrato che deviazioni fino a 10∘ di deformità angolare al terzo medio o al terzo distale della diafisi radiale non causano deficit in prono-supinazione dell’avambraccio, pertanto è possibile un trattamento conservativo delle fratture stabili minimamente scomposte. Studi su cadavere hanno dimostrato che deviazioni fino a 10∘ di deformità angolare al terzo medio o al terzo distale della diafisi radiale non causano deficit in prono-supinazione dell’avambraccio. Per quanto riguarda il trattamento chirurgico, la maggior parte degli Autori concorda sulla scelta di una placca a compressione dinamica. Il ripristino della curvatura radiale nel momento della riduzione della frattura risulta fondamentale sia nella ricostruzione della normale architettura del radio, sia della funzionalità dell’articolazione radio ulnare distale.
Negli ultimi quindici anni il trattamento percutaneo delle fratture vertebrali ha trovato diffusione in chirurgia vertebrale grazie ai vantaggi offerti da questo sistema di fissazione rispetto al trattamento a cielo aperto e a quello conservativo con riduzione delle complicanze post-operatorie e del periodo di allettamento del paziente.
Le fratture di clavicola sono state per anni trattate incruentemente con buoni risultati clinico-funzionali; l’avvento delle nuove placche anatomiche self-locking ha portato alcuni Autori a rivedere l’algoritmo terapeutico, preferendo il trattamento chirugico in pazienti selezionati.
Presso la UO di Micro-Chirurgia della Mano dell’ A.O. G. Pini di Milano vengono eseguiti interventi di chirurgia ambulatoriale a bassa complessità, pertanto è stata scelta come UO pilota per la sperimentazione di un Percorso Diagnostico Terapeutico (PDT) relativo a tali interventi che rispondesse alla direttive di legge e che permettesse di migliorare il servizio offerto. Dal 2011 al 2012 sono stati raccolti i dati relativi a 102 pazienti sottoposti a interventi BOCA e monitorati una serie di indicatori. Nella maggioranza dei casi i pazienti sono stati classificati con punteggio ASA 1–2 (98%), hanno avuto un periodo di osservazione postoperatoria inferiore alle 24 h (95%), hanno riferito una riduzione costante del dolore nei giorni post intervento (VAS alla dimissione <o uguale a 4). In 9 casi si sono riscontrate complicanze post-chirurgiche. La totalità dei pazienti ha valutato positivamente tale percorso di cura. I risultati ottenuti sono stati utilizzati per migliorare ulteriormente l’attività.
Uno dei principali fattori che condizionano la scelta del trattamento delle fratture diafisarie di femore in età pediatrica è proprio l’età. Le fratture dei bambini sotto i sei anni vengono trattate incruentamente con trazione e confezione di apparecchio gessato. Pazienti di età superiore necessitano invece di trattamento chirurgico. Tra il 2003 e il 2012 abbiamo trattato 30 pazienti, 17 di età inferiore ai sei anni e 13 di età superiore. I pazienti del primo gruppo sono stati trattati con apparecchio gessato. I pazienti più grandi sono stati trattati chirurgicamente con inchiodamento endomidollare elastico, chiodi endomidollari bloccati o placca e viti. In nessun caso si sono verificate complicanze che richiedessero ulteriori trattamenti.
La lussazione posteriore di spalla è una condizione clinica riscontrata raramente e spesso la formulazione diagnostica avviene in ritardo rispetto l’episodio lussante. Nel quadro della lussazione posteriore di spalla si distinguono tre diverse entità anatomopatologiche: instabilità posteriore con sublusssazione, lussazione posteriore glenomerale propria, frattura dell’estremo prossimale di omero con lussazione posteriore del segmento omerale prossimale.
Le protesi totali d’anca eseguite in seguito a frattura acetabolare rimangono ancora una sfida per l’ortopedico. Lo scopo di questo lavoro è riportare i risultati clinico/radiografici di una serie di 28 casi consecutivi di artroprotesi d’anca in esiti di frattura dell’acetabolo.
Per le fratture della diafisi tibiale il trattamento chirurgico è considerato essenziale, ma è dibattuto quale sia la migliore tecnica. Scopo del lavoro è confrontare, analizzando la letteratura, l’efficacia dell’inchiodamento endomidollare rispetto alla fissazione con placche nel trattamento delle fratture extraarticolari di tibia. Negli articoli selezionati, 318 pazienti erano affetti da frattura prossimale (234 chiodo, 84 placca), 226 da frattura distale (135 chiodo, 93 placca). Sono stati considerati esiti specifici differenti per le fratture prossimali e distali. Nelle fratture prossimali la placca garantisce minore insorgenza di sindrome compartimentale (p = 0,0488) e di fallimento dell’impianto (p = 0,0176), il chiodo comporta meno infezioni (p = 0,0019). Nelle fratture metafisarie distali, la placca assicura minor difetto di allineamento (p = 0,01), il chiodo comporta meno infezioni (p = 0,02) e maggior angolo di dorsiflessione (p = 0,001). La letteratura esaminata mostra variabilità degli outcome nei gruppi a confronto. La scelta di chiodo o placca deve essere effettuata in base alle caratteristiche cliniche e radiologiche.
Presentiamo il caso di un giovane di 25 anni che, in seguito a un incidente motociclistico, ha riportato un trauma complesso dell’arto inferiore con plurime fratture esposte (tibia, femore, rotula), rottura del tendine rotuleo e perdita di sostanza. Il paziente è stato trattato in urgenza con toilette e debridement dei tessuti e stabilizzazione con fissatore esterno a ponte. In un secondo momento si è proceduto alla stabilizzazione definitiva con FE monoassiale di gamba, sintesi dei condili e del piatto tibiale con viti cannulate, reinserzione del tendine rotuleo con ancorette e punti in PDS e innesto cutaneo alla gamba. A distanza di 6 mesi è stato rimosso il FE e al controllo clinico l’estensione del ginocchio è completa, con guarigione dei tessuti molli e della frattura.
è stato eseguito uno studio anatomico della paletta omerale e dei suoi rapporti con il nervo radiale e applicata la metodica chirurgica conseguente. L’epicondi — lo laterale costituisce la più sicura sede della vite distale e il repere rispetto al quale calcolare la distanza di sicurezza dal nervo. è possibile estendere l’esposizione della paletta in senso prossimale per almeno 6 cm senza interferire con il decorso del radiale. Questo impianto, privo di limitazioni articolari, può essere utilizzato anche nel trattamento delle fratture distali, evitando il fissatore a ponte o dinamico vincolato sull’ulna.
Le fratture sovracondiloidee di omero sono le più comuni lesioni del gomito in età pediatrica. Le fratture di tipo I secondo Garland sono trattate incruentemente, mentre quelle di tipo II e III richiedono trattamento chirurgico. Le fratture di tipo II sono trattate con riduzione a cielo chiuso e fissazione. Le fratture tipo III possono richiedere la riduzione a cielo aperto.
L’importante ruolo stabilizzatore del capitello radiale rende la sua ricostruzione mediante osteosintesi, qualora possibile, il trattamento di scelta di tali fratture.
Il piede polifratturato presenta interessanti aspetti diagnostici, terapeutici ed evolutivi. Sia in letteratura che nella quotidiana esperienza clinica risulta difficile un inquadramento classifcativo, in quanto il trauma ad alta energia, alla base di questa patologia, crea differenti tipi di lesioni inseribili in due grosse categorie: parti molli e parti ossee.