
Attraverso l’analisi onomastica e a partire da un’ampia base documentaria, il lavoro illustra i processi di integrazione sociale e di radicamento territoriale della componente etnica balcanica negli eserciti italiani professionali del XV secolo. Un rapido focus sulla presenza in Italia di soldati di origine africana sub-sahariana, inoltre, conferma le potenzialità di un metodo di ricerca storico-sociale fondato sull’onomastica.
Il saggio esplora la diffusione del nome Giovanni a Milano e nel suo contado tra i secoli XI e XV, mostrando come l’affermazione di questo nome in città sia stata molto successiva a quella nei villaggi rurali. La cristianizzazione del repertorio onomastico a Milano e nelle sue campagne si svolse in tempi diversi, e se l’esito finale fu quello di un’omologazione onomastica tra élite cittadine e popolazione rurale è fondamentale sottolineare come ciò si avvenuto in primo luogo non perché i contadini assunsero nomi già ben diffusi in città, bensì per l’esatto contrario. I ricchi finirono per chiamarsi come i ‘poveri’: un dato interpretato nel saggio anzitutto come segno del processo di integrazione politica e socioeconomica degli strati inferiori della popolazione vissuto in città dal pieno XIII secolo.
Il saggio propone il caso del nome personale che coincide con il nome di un villaggio o di un borgo come chiave per la lettura delle relazioni sociali e dei mutamenti istituzionali negli ambienti extra-urbani. Nomi molto sporadici o assenti fino al Mille, in Lombardia conoscono una prima diffusione nell’XI secolo nei livelli intermedi della società. Fra XII e XIII secolo, poi, diventano più numerosi, in una fase di grande dinamismo politico nelle campagne e proprio fra quei piccoli proprietari rivestiti della piena fiducia dei loro vicini che assumono la guida delle collettività di villaggio e di borgo. Dal XIV secolo, invece, l’uso si rarefà, tanto da essere in sostanza sfuggito alla storiografia ed aver indotto ad errori nello stesso lavoro di edizione delle fonti. Una ricerca che adesso riconosca l’incidenza di questa formazione onomastica può aiutare a comprendere come si siano trasformati nel tempo gli orizzonti spaziali e la loro forza identitaria. La prima crescita dell’identificazione nel luogo di residenza è infatti concomitante con il radicamento delle reti di solidarietà e alleanza, dei possessi fondiari e dei riferimenti devozionali attorno ai villaggi e ai borghi. I decisivi processi di localizzazione intervenuti dopo il Mille, dunque, sembrano aver anticipato e favorito, almeno sul piano dei sentimenti di appartenenza, lo sviluppo del comune rurale, ambito di partecipazione e condivisione di risorse che ha ulteriormente promosso il riconoscimento delle persone nella località di residenza.
Nel corso del Tre e Quattrocento i domini sabaudi si estesero a buona parte del Piemonte, andando sempre più frequentemente a includere e a sovrapporsi a dominazioni signorili locali preesistenti. L’intervento indaga l’influenza di questi differenti rapporti di fedeltà politica fra signori e sudditi sulle scelte onomastiche degli individui, mettendo a confronto due territori in prospettiva diacronica. Da un lato, la città di Torino, al centro dei domini sabaudi dalla fine del secolo XIII, le cui fonti consentono un’analisi approfondita dei nomi prevalenti fra abitanti di vario livello economico, ceto sociale e provenienza; dall’altro, la Valchiusella, una vallata delle Alpi Graie saldamente controllata dai conti di Castellamonte e conti di San Martino almeno dal secolo XII. L’intento della ricerca è valutare l’incidenza dei rapporti di fedeltà nello stock onomastico locale, ma anche l’emergere di altre influenze (religiose, culturali, comunitarie) nella scelta dei nomi personali.
Lo studio dell’antroponimia personale delle comunità alpine evidenzia reti di scambio e dinamiche socio-economiche da una prospettiva insolita per quanto riguarda gli ultimi secoli del Medioevo. La letteratura scientifica – storica, storico-artistica e antropologica – ha mostrato da differenti ma interconnessi punti di vista come le Alpi nel tardo Medioevo fossero veicoli di scambio e luoghi di incontro per persone, merci ed esperienze culturali; lo studio delle scelte onomastiche consente di arricchire questo quadro, evidenziando la complessità delle dinamiche socio-economiche caratteristiche di quest'area. In particolare, questa ricerca si concentra sulla devozione per i santi patroni. Partendo da un caso specifico relativo alla diocesi di Aosta, nelle Alpi occidentali, l'obiettivo di questo saggio è quello di proporre alcune riflessioni sul rapporto tra onomastica personale, devozione e dinamiche demografiche e comunitarie. A questo scopo, i dati onomastici presenti negli elenchi dei fuochi dei conti di sussidio della castellania di Cly sono confrontati con le informazioni e i processi descritti nelle visite pastorali aostane di XV secolo. L'intreccio di questi dati consente di esplorare il legame tra identità comunitarie e territorio, chiese e attività economiche in un contesto caratterizzato da una crescente specializzazione economica e dalla nascita di nuove parrocchie.
Il contributo offre una riflessione sugli usi onomastici legati al culto dei santi, con particolare attenzione per il nome del patronus et protector terre (o castri). Nella moltiplicazione bassomedievale dei soggetti sociali capaci di autorappresentazione attraverso il culto e il nome dei santi, nelle città europee del tardo medioevo gli studiosi hanno rintracciato forme identitarie di livello comunitario veicolate dalle scelte onomastiche. Obiettivo del mio intervento è sondare l’effettiva diffusione di tali pratiche in area padana nel XV secolo, nonché la possibilità che anche in contesti extraurbani abbia trovato spazio una «coloritura politica delle pratiche devozionali» (Hans Cristian Peyer) come nelle ‘religioni civiche’ studiate, tra gli altri, da André Vauchez e Giorgio Chittolini. Le aree toccate dall’indagine sono due: il distretto di Cremona in età sforzesca, per lo studio del quale è possibile ricorrere allo straordinario campionario onomastico – intorno ai 17.000 nomi distribuiti su quasi cento centri abitati collocati tra Adda e Oglio – reperibile nel dodicesimo volume dei Registri ducali dell’Archivio di Stato di Milano; il contiguo distretto lodigiano, meno fortunato dal punto di vista documentario, ma particolarmente interessante per la diffusa presenza del nome del protettore della città e della diocesi: Bassiano.
Il saggio si concentra sulla signoria, poi marchesato gonzaghesco di Mantova nel Quattrocento attraverso una ricognizione di fonti diverse, in grado di tenere conto, seppure in proporzioni diverse, tanto dell’onomastica maschile quanto di quella femminile, delle campagne e della città e di contesti socioprofessionali diversi. Fonti come i registri delle patenti o le liste di giuramenti di fedeltà si accostano agli elenchi dei destinatari e destinatarie di una dispensatio assistenziale di grano su scala cittadina e a un campione degli indici onomastici degli atti notarili registrati all’officium registri instrumentorum di Mantova (che contengono attori sia maschili sia femminili) e rappresentano una sorta di antologia di ‘istantanee’ diverse di gruppi di nomi e di parentele a vari livelli della scala sociale. In questo modo, il saggio punta ad esplorare possibilità e varianti onomastiche in città e in campagna su di una cronologia ampia e diversificata nel corso del Quattrocento.
Malaspina e Doria sono protagonisti della scena politica tra le due sponde del Tirreno tra XII e XV secolo, dando vita in Sardegna – a partire dalla seconda metà del Duecento – a signorie territoriali fondate su una rete di castelli di popolamento, pur mantenendo sostanzialmente in piedi le strutture di governo del Giudicato di Torres (nel nord-ovest dell’isola), del quale prendono parzialmente il posto e possono essere per certi versi considerati i continuatori. L’analisi delle scelte onomastiche all’interno dei due casati, oltre che essere rivelatrice del loro milieu, permette di misurare il grado di interrelazione con le aristocrazie insulari mediante il quale si gioca il successo dei progetti politici malaspiniani e doriani, prima e dopo il crollo dello stesso Giudicato turritano; anche attraverso i nomi è, cioè, possibile valutare la differente capacità (e volontà) di integrazione nel tessuto locale e, in ultima analisi, la pervasività della signoria.
L’obiettivo del saggio è quello di ricostruire le trasformazioni dell’onomastica reggiana alla fine del medioevo. Sullo sfondo di fenomeni più generali, osserva- bili anche altrove – l’affievolirsi della tradizione germanica, la progressiva cristia- nizzazione dei nomi – il saggio mette l’accento su alcune specificità, a cominciare dall’influenza tipicamente quattrocentesca dei nomi della dinastia estense.
Agli inizi del XV secolo, con il tramonto dello Stato patriarchino, il Friuli entra a far parte dello Stado da Terra veneziano. Anche in virtù di questi sviluppi l’area friulana quattrocentesca è stata storiograficamente segnata da alcuni specifici caratteri: un’identità di periferia geografica, in quanto terra di passaggio, e istituzionale, come area altamente feudale e rurale. In questo quadro gli ex territori patriarchini andrebbero a comporre una regione di confine che non presenta quella solida ramificazione di poteri cittadini propria dell’area padano-veneta. Rovesciando questa tradizionale impostazione storiografica l’articolo non si focalizza sui soggetti propriamente «feudali» o sulle comunità rurali dell’area friulana ma sul confronto tra due communitates friulane dallo statuto incerto – Cividale e Gemona – allo scopo di indagare tale area di confine in un arco cronologico poco considerato: il Quattrocento. Il saggio fornisce inizialmente una panoramica del contesto friulano quattrocentesco per poi concentrare l'attenzione sulle specifiche realtà, all'interno di un impianto comparativo attento alle peculiarità dei diversi centri, e focalizzarsi sul rapporto tra culture onomastiche e dinamiche elitarie locali nelle due comunità. Ricostruendo alcune tendenze onomastiche interne alle due communitates emergono così alcuni aspetti della pluralità e profondità storica dei mutamenti e dei caratteri culturali presenti negli spazi comunitari friulani quattrocenteschi, agli albori del dominio veneziano sulla regione.
Dal punto di vista degli studi di onomastica, il contesto milanese lascia ancora, per il basso medioevo, ampi margini di approfondimento. Le Cancellerie degli organi centrali del governo sforzesco sfornavano quotidianamente liste, elenchi, repertori, registri che descrivono, contano, concedono, vietano, includono ed escludono: tra questi, i Libri Mortuorum, ossia la trascrizione su registro dei bollettini prodotti dall’Ufficio di Sanità, che riportano i casi di decesso occorsi ogni giorno entro il perimetro cittadino. Il repertorio onomastico espresso da questa fonte, istituita da Francesco Sforza a partire dal 1451, di cui sono state prese in esame alcune annate, comprese tra il 1452 e il 1485, rappresenta un patrimonio ricchissimo di nomi, considerato che vi risultano registrati, oltre agli uomini adulti, le donne e i bambini, a partire dai neonati di poche ore di entrambi i sessi, senza distinzione cetuale, di religione o di provenienza.
L’onomastica zoologica rappresenta un campo di studio poco esplorato nell’ambito dell’antroponimia. Questo contributo analizza la funzione, la frequenza e la tipologia degli zoo-antroponimi in area lombarda tra alto e basso medioevo, evidenziando come questi nomi riflettano le trasformazioni sociali e culturali dell’epoca. A partire dal basso medioevo, si osserva un declino nell’uso di nomi legati a grandi carnivori, come Lupo e Orso, e un rinnovamento dell’onomastica con l’emergere di nomi di animali domestici. Nel basso medioevo, tuttavia, i nomi degli animali, pur restando trasversali all’interno della società, risultano legati alla capacità dei soprannomi di permeare le identità onomastiche individuali e familiari.
Il saggio tratta la diffusione dei nomi devoti tra XI e XV secolo attraverso i casi di studio di Como, Chiavenna e Cosio. Dopo aver delineato la scansione cronologica e la dimensione qualitativa del fenomeno, sono evidenziati alcuni dei fattori che influenzarono la cristianizzazione del repertorio onomastico (diffusione del santorale, emersione di patroni e devozioni locali) e la correlazione tra pratiche onomastiche e assetti sociali ai livelli eminenti delle società indagate.
Il saggio analizza il rapporto tra identità comunitaria, devozione religiosa e fedeltà politica nell’onomastica dello Stato pallavicino nel XV secolo, prendendo come base i quadernetti dell’inchiesta di Prospero da Camogli del 1457, che censiscono 1.748 nomi maschili su un totale stimato di 3.737 adulti. L’indagine restituisce un repertorio ampiamente cristianizzato, nel quale i nomi apostolici rappresentano circa un terzo del campione, con prevalenza di Giovanni, Antonio e Pietro, e una residua ma significativa presenza di forme di origine germanica. Particolarmente rilevante è la diffusione del nome Donnino (≈3%), che riflette l’attrazione devozionale esercitata da Fidenza, mentre la concentrazione di nomi legati ai santi patroni locali (come Lorenzo a Solignano e Pietro a Castellina) e la comparsa di forme toponimiche (Tabiano, Solignano) segnalano processi di autorappresentazione comunitaria, che non necessariamente vanno letti in chiave antisignorile. Anche la ricorrenza di Rolando (≈1,5%) rivela un intreccio complesso tra devozione e fedeltà politica, richiamando insieme un santo eremita locale e il marchese Rolando il Magnifico. Ne emerge un quadro onomastico coerente ma sfaccettato, in cui culto, territorio e potere si riflettono reciprocamente nella costruzione delle identità collettive e personali.
Il saggio analizza l'evoluzione dell'onomastica nell'area del Vercellese storico (attuali province di Vercelli e Biella) fra XIII e XV secolo. Il Quattrocento offre la base di dati più omogenea e completa, grazie a un’inchiesta fiscale promossa dai duchi di Savoia fra il 1459-60: il liber focorum redatto in quell'occasione copre la città di Vercelli e un centinaio di comunità del distretto, restituendo per ognuna un censimento dei fuochi «cum nominibus et cognominibus» che comprende anche i miserabiles. Il Trecento si avvale delle fonti fiscali seriali per la città, e dei conti di castellania sabaudi per il distretto, mentre il Duecento è agevolato dall'ampio panorama di edizioni piemontesi promosse dalla Biblioteca della Società Storica Subalpina. L'insieme di queste fonti ha restituito una base di dati costituita da circa 20.000 nomi, utilizzata per descrivere le variazioni nel tempo del repertorio onomastico, e per porre alcune questioni di ordine metodologico. Il saggio si sofferma sui condizionamenti delle fonti, sul problema di come trattare le forme derivate, sul nome come espressione di appartenenze identitarie locali e sovralocali, sulle ragioni che determinano le improvvise fortune onomastiche di alcuni nomi.
La riduzione della varietà onomastica in favore di nomi prevalentemente di origine cristiana è una tendenza ormai consolidata nell’Italia settentrionale del secolo XV. Esistono in ogni caso caratteristiche specifiche dell’onomastica cremonese? Quali sono i nomi più diffusi nella città padana nel Quattrocento? Come (e se) cambiano nel corso di un secolo? Attraverso lo studio dei giuramenti di fedeltà prestati dai cittadini di Cremona nel Quattrocento ai duchi di Milano, è possibile tracciare un quadro delle abitudini onomastiche dei cremonesi nell’arco di un secolo. Questa prima indagine, costruita su un campione significativo, si propone come strumento utile per future comparazioni con altri centri urbani dell’Italia settentrionale e del ducato visconteo-sforzesco e con i risultati di un affondo sull’onomastica del contado cremonese.
Fra le carte riguardanti i censimenti dei cavalli in servizio al Comune di Perugia tra il 1276 e il 1292 vi è un ricco prontuario di «magagnae». Le principali fra queste affezioni sono indicate attraverso termini sconosciuti al latino medievale e dal significato oscuro, suggerendo una vocazione di patologie dall’inquadramento clinico. Attraverso un incrocio con i principali trattati di ippiatria circolanti al tempo se ne ha la conferma, insieme alla pressoché inedita testimonianza dell’effettiva messa in pratica di quella che, ben oltre la pagina scritta dei trattati, si configura come una vera e propria scienza medica proto-veterinaria. D’altro canto, è proprio dalla metà del XIII secolo, con il De medicina equorum di Giordano Ruffo, che l’ippiatria vive un momento di rinnovamento dal carattere pratico-empirico, segnando uno spartiacque rispetto alle precedenti tradizioni ed auctoritates classiche, connotate da un sapere essenzialmente teorico ed evidentemente, almeno in parte, ormai superato.
L’articolo esamina la formazione del patrimonio dei monasteri di Santa Maria di Licodia e di San Nicolò l’Arena in Sicilia, muovendo dall’analisi di tre privilegi inediti concessi dai sovrani aragonesi tra il 1336 e il 1361. Lo studio si basa su documenti conservati nel Tabulario dei 'venerabili monasteri', i quali rivelano le strategie adottate dai monaci per tutelare ed espandere i loro possedimenti terrieri attraverso privilegi regi, atti di donazione, compravendite, permute e lasciti testamentari. I privilegi studiati comprendono una lettera di re Pietro II che risolve una disputa su un uliveto; un privilegio dell’infante Giovanni che conferma una donazione di terre e una ratifica della regina Costanza d’Aragona su una permuta di terre. Questi documenti non solo illustrano le operazioni economiche compiute dai monaci, ma offrono anche uno spaccato degli interessi politici e religiosi dei sovrani aragonesi, delle dinamiche interne all'aristocrazia siciliana e dei rapporti con il notabilato locale. L’articolo tenta di contribuire, così, alla comprensione delle dinamiche storiche e socio-economiche della Sicilia aragonese e alla formazione delle grandi proprietà monastiche nel versante meridionale dell'Etna nel XIV secolo.
Dalla metà del XIII secolo, gli uffici comunali italiani trascrivono gli atti da loro prodotti in registri legati, le cui coperte in pergamena recano lo stemma del podestà o capitano del popolo, elementi testuali che specificano la natura degli atti contenuti e indicano i nomi del notaio e del magistrato incaricati, oltre a disegni e annotazioni spontanee. A questa documentazione ancora poco conosciuta è dedicato il progetto Armarium (Parigi, EPHE-Saprat/IRHT) che, in questa prima fase, si concentrerà sull’esame della collezione Albertini, un corpus inedito di oltre 1700 coperte di registro prodotte dal comune di Perugia nel XIII-XV secolo, acquistato nel giugno 2024 dalla Fondazione Perugia. Armarium metterà a disposizione della comunità scientifica una base di dati che conterrà la digitalizzazione integrale di questi documenti e i dati derivati dalla loro analisi, al fine di contribuire allo studio delle pratiche di rappresentazione degli individui e dei gruppi sociali nel Medioevo, alla ricostruzione delle reti di reclutamento e della mobilità degli ufficiali comunali, alla conoscenza della cultura giuridica, letteraria, artistica ed araldica dei professionisti del diritto.