
Riportiamo il caso di un paziente di 47 anni con storia di tetralogia di Fallot corretta chirurgicamente durante l’infanzia mediante tecniche di Waterston-Cooley e Cooley. In età adulta, sviluppava una grave insufficienza polmonare, trattata per via percutanea mediante impianto di valvola bioprotesica. Il paziente veniva ricoverato per un intervento di chirurgia programmato e, dopo la somministrazione dell’anestesia spinale, il monitoraggio ECG evidenziava l’insorgenza di un blocco atrioventricolare evoluto in asistolia, rendendo necessario un immediato massaggio cardiaco esterno. Nella degenza successiva, a seguito di massaggio del seno carotideo, il paziente presentava inoltre un episodio di 5 s di blocco atrioventricolare di terzo grado, associato a vertigini. Dopo una valutazione multidisciplinare, si optava per l’impianto di un pacemaker leadless (Abbott Aveir VR). La procedura presentava difficoltà tecniche legate all’anatomia cardiaca alterata dalla cardiopatia congenita e dagli interventi chirurgici pregressi. Nonostante tali difficoltà, l’impianto veniva eseguito con successo. Per quanto a nostra conoscenza, questa procedura rappresenta uno dei pochi casi descritti in letteratura di impianto di pacemaker leadless in un paziente con cardiopatia congenita corretta. In assenza di linee guida procedurali standardizzate per casi così complessi, riportiamo la nostra esperienza e discutiamo le considerazioni tecniche correlate.
Razionale. L’ottimizzazione della gestione dei pazienti con sindrome coronarica acuta senza sopraslivellamento del tratto ST (SCA-NSTE) in termini di rapporto tra centri dotati e non dotati di emodinamica è ancora oggetto di dibattito. Abbiamo eseguito uno studio osservazionale monocentrico, non comparativo, al fine di valutare l’applicazione pratica di un modello fast-track per la gestione dei pazienti con SCA-NSTE nella Regione Umbria. Materiali e metodi. Il protocollo prevedeva l’esame coronarografico invasivo presso il centro Hub previo trasporto protetto del paziente con ambulanza medicalizzata e medico ed infermieri del centro Spoke al laboratorio di emodinamica del centro Hub, e ritrasferimento alla struttura di partenza al termine della procedura con analoghe modalità. Sono stati definiti un esito di efficacia (percentuale dei pazienti ricoverati nei centri Spoke che, con le modalità sopra descritte, sono stati sottoposti a coronarografia entro 72 h dal momento del ricovero) ed un esito di sicurezza (eventi avversi maggiori durante la procedura, il trasporto e nelle prime 24 h dopo il rientro presso il centro Spoke). Risultati. Nel periodo gennaio 2020-giugno 2025 sono stati studiati 1048 pazienti. In totale, 644 pazienti (61.5%) sono stati sottoposti ad angioplastica coronarica (PCI) immediata presso il centro Hub e 91 di questi sono stati trattenuti presso il centro Hub a seguito della particolare complessità. Si sono verificati 4 eventi avversi gravi: una morte cardiovascolare per shock cardiogeno, un ematoma femorale severo e 2 trombosi acute di stent insorte, rispettivamente, 5 e 6 h dopo la procedura, che hanno richiesto reinvio in emergenza per PCI primaria. Conclusioni. Il protocollo fast-track sopra riportato si è dimostrato fattibile e associato sia a benefici logistici che ad elevata sicurezza per i pazienti. In questa tipologia di pazienti è stato garantito il rapido accesso alla rivascolarizzazione coronarica e il ritrasporto immediato al centro di provenienza.
È noto che una quota consistente di pazienti non riesce a raggiungere determinati obiettivi terapeutici, in particolare in ambito preventivo o nel trattamento di condizioni croniche. Una delle cause è l’inerzia terapeutica, quale risultato di un’interazione complessa tra molteplici fattori, che comprendono non solo il medico ma anche il paziente, con la sua attitudine all’aderenza, e i vincoli organizzativi del sistema sanitario. La letteratura scientifica suggerisce una ripartizione del peso della responsabilità dell’inerzia terapeutica attribuendolo per il 50% a fattori correlati al medico, per il 30% a fattori correlati al paziente e per il restante 20% a barriere del sistema sanitario. Questa visione a compartimenti stagni risulta fuorviante perché non è in grado di cogliere la profonda interconnessione dei diversi elementi e come essi si vadano ad autoalimentare in un circolo vizioso che condiziona l’agire terapeutico. Il processo decisionale del medico è tutt’altro che razionale e algoritmico, è influenzato da bias cognitivi, scorciatoie mentali e pressioni di contesto che possono condurre a errori sistematici. Il paziente non è mai un attore passivo: le sue paure, percezioni e comportamenti, giocano un ruolo cruciale nel determinare dinamiche relazionali che influenzano il ragionamento clinico e danno origine a interazioni in cui per il curante evitare il conflitto determina una perdita di opportunità terapeutiche. L’inerzia che origina dal clinico è un comportamento composito, che può consentire di identificare almeno quattro profili ricorrenti, definibili “fenotipi di inerzia terapeutica”: disinformato, esitante, rigido, sopraffatto. Ogni fenotipo è caratterizzato da un diverso livello di consapevolezza ed è sostenuto da bias cognitivi oltre che da specifiche difficoltà relazionali con le diverse tipologie di pazienti. Non esistono soluzioni univoche per sostenere le modifiche dei comportamenti, tuttavia alcuni profili risultano essere più suscettibili al cambiamento di altri. Identificare i fenotipi di inerzia è quindi solo il primo passo, in quanto per la pratica clinica è decisamente rilevante se e come possono essere modificati. Si tratta quindi di sviluppare una griglia interpretativa per riconoscere i pattern ricorrenti di inerzia e quali potrebbero costituire le più efficaci strategie correttive.
Razionale. La dissezione aortica acuta di tipo A (AADA) è un’emergenza cardiovascolare potenzialmente letale il cui esito è strettamente legato alla tempestività della diagnosi e del trattamento. Tuttavia, la sua bassa incidenza e la presentazione clinica altamente variabile rendono difficile il riconoscimento precoce. Inoltre, un’identificazione incompleta dei principali fattori predisponenti, quali ipertensione arteriosa e patologie aortiche preesistenti, può contribuire a ritardi diagnostici e a esiti clinici sfavorevoli.Materiali e metodi. È stata condotta un’analisi osservazionale retrospettiva utilizzando dati amministrativi reali provenienti da enti sanitari italiani, coprendo oltre 12 milioni di individui (2010-2024). Sono stati identificati pazienti adulti ricoverati d’urgenza per AADA (ICD-9-CM 441.01) e sono stati valutati il profilo clinico, le comorbilità, i trattamenti farmacologici, le procedure diagnostiche e la presenza di ipertensione – definita come il numero di prescrizione annuali ≥ 9 (proxy di diagnosi) di farmaci antipertensivi.Risultati. Nello studio sono stati inclusi un totale di 1625 pazienti (età media 67.3 ± 13.4 anni; 65.6% uomini). Il diabete è stato riportato nell’8.5% dei casi, le malattie cardiovascolari nel 21.2% e un aneurisma o un’ectasia dell’aorta ascendente nel 6%. Nell’anno precedente il ricovero, il 65.8% dei pazienti aveva avuto almeno una prescrizione di farmaci antipertensivi, ma solo il 35% mostrava evidenza di trattamento continuativo. Le procedure diagnostiche erano eseguite in una minoranza dei casi: l’ecocardiografia è stata eseguita nel 12.3% dei pazienti, l’angio-tomografia computerizzata/risonanza magnetica nell’1.8% e il monitoraggio ambulatoriale della pressione arteriosa per 24 h nel 2.4%.Conclusioni. Questo studio, basato su un’analisi “real-world”, evidenzia significative lacune nella gestione preospedaliera dell’AADA in Italia, caratterizzate da un controllo subottimale della pressione arteriosa e uso limitato dell’imaging diagnostico nei pazienti a rischio. Questi risultati sottolineano la necessità di strategie strutturate di prevenzione e sorveglianza volte al riconoscimento precoce delle condizioni predisponenti e all’ottimizzazione dell’assistenza integrata per i pazienti a rischio di dissezione aortica acuta.
Il colesterolo è un importante componente delle membrane cellulari e precursore di molecole biologicamente attive fondamentali per l’omeostasi del nostro organismo. L’interesse verso il ruolo del colesterolo e degli agenti ipolipemizzanti nei pazienti con cancro è cresciuto progressivamente a seguito dell’evidenza di come nei tumori si manifesti un’alterazione del metabolismo del colesterolo. Sono infatti diverse le vie di segnalazione oncogeniche influenzate dai livelli intracellulari di colesterolo, come anche gli effetti cardioprotettivi dei farmaci in grado di modulare la sintesi del colesterolo stesso in soggetti sottoposti a terapie potenzialmente cardiotossiche. In questa rassegna abbiamo cercato di sintetizzare le evidenze sulle alterazioni del metabolismo lipidico nelle cellule tumorali, sugli effetti sul metabolismo lipidico da parte di vari farmaci antineoplastici e sul ruolo che le terapie ipolipemizzanti possono avere nei pazienti oncologici, focalizzandoci anche su farmaci di più recente introduzione, quali gli inibitori di PCSK9 e l’acido bempedoico.
Il progressivo incremento dei pazienti affetti da scompenso cardiaco portatori di dispositivi cardiaci elettronici impiantabili (CIED) richiede l’integrazione sistematica dei dati derivanti dal telemonitoraggio continuo in un percorso assistenziale multidisciplinare orientato alla gestione proattiva della patologia. La presente rassegna valuta criticamente le evidenze relative ai più recenti algoritmi predittivi incorporati nei CIED e analizza il ruolo di infermieri/tecnici di elettrofisiologia specializzati in monitoraggio remoto e case manager, quale snodo operativo tra il paziente e il team clinico. Viene inoltre delineato un modello organizzativo che connette in modo strutturato l’ambulatorio pacemaker/defibrillatori con quello dedicato allo scompenso, con l’obiettivo di intercettare la fase subclinica della malattia e ottenere un miglioramento della qualità di vita, una diminuzione delle ospedalizzazioni e un contenimento dei costi per il sistema sanitario.
La morte cardiaca improvvisa continua a rappresentare un tema di grande rilevanza clinica e sociale. In Italia, il numero di casi rimane elevato e coinvolge sia pazienti con cardiopatia documentata sia soggetti apparentemente sani. La natura eterogenea dei meccanismi che portano all’arresto cardiaco richiede una strategia preventiva articolata, che unisca valutazione clinica, strumenti diagnostici avanzati e iniziative di sanità pubblica. Nei pazienti esposti a un rischio transitorio – come nel post-infarto – l’impiego del defibrillatore indossabile offre un presidio temporaneo in attesa della rivalutazione definitiva. Al contrario, quando l’arresto cardiaco colpisce soggetti giovani e apparentemente sani, il percorso di prevenzione si sposta sulla famiglia, al fine di riconoscere condizioni ereditarie. Sul territorio, la sopravvivenza dipende soprattutto da quanto avviene nei primi minuti. Per questo la presenza di defibrillatori facilmente accessibili e la formazione capillare dei laici sono presupposti fondamentali per migliorare la prognosi dei pazienti. Questo documento propone una roadmap che integra stratificazione clinica del rischio, potenziamento delle reti territoriali, istituzione di programmi formativi diffusi e coordinamento stabile con le Istituzioni. L’obiettivo è costruire un modello nazionale coerente, capace di ridurre le diseguaglianze regionali, migliorare l’intercettazione dei soggetti a rischio e aumentare la sopravvivenza dopo l’arresto cardiaco.
Nelle ultime decadi la sopravvivenza dei pazienti trattati per tumore pediatrico è notevolmente migliorata, ma tra i lungosopravviventi la malattia cardiovascolare rappresenta la prima causa non oncologica di morbilità e mortalità. La popolazione dei bambini, adolescenti e giovani adulti (childhood, adolescent, and young adult, CAYA) sopravvissuti al cancro è in aumento e presenta un maggior rischio cardiovascolare, per cui necessita di una sorveglianza cardiovascolare a lungo termine per identificare precocemente una cardiotossicità tardiva e iniziare un trattamento tempestivo. Per evitare la dispersione al follow-up e attuare strategie preventive personalizzate, è fondamentale assicurare il processo di transizione e il trasferimento delle cure dall’ospedale pediatrico a quello dell’adulto. Questo documento nasce dalla collaborazione tra ANMCO e SICPED per garantire la continuità di cure dei CAYA e promuovere percorsi di transizione, ancora poco strutturati nel nostro Paese, nonostante le linee guida internazionali.
La gestione della congestione nello scompenso cardiaco rappresenta un obiettivo terapeutico cruciale, fortemente correlato a prognosi e qualità di vita. I diuretici dell’ansa giocano un ruolo importante nella gestione del trattamento, ma la loro efficacia può essere limitata da fenomeni di resistenza diuretica e da una titolazione spesso empirica. In tale contesto assume particolare importanza il concetto di “blocco sequenziale del nefrone”, che prevede l’impiego combinato di molecole attive su differenti segmenti tubulari come i diuretici tiazidici. Inoltre, nell’ultimo periodo gli inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 hanno dimostrato un ruolo anche in ambito decongestionante, grazie a un profilo osmotico-diuretico favorevole, sinergico con i diuretici tradizionali, e con scarsa evidenza di effetti avversi significativi su elettroliti, pressione arteriosa e funzione renale. Tuttavia, l’ottimizzazione della decongestione richiede un approccio individualizzato e dinamico, guidato da indicatori clinici e laboratoristici (come la sodiuria precoce), volto a massimizzare la risposta diuretica minimizzando i rischi di disfunzione renale, disionie o alcalosi. L’educazione del paziente e il monitoraggio domiciliare, anche attraverso tecnologie “point-of-care”, emergono come strumenti fondamentali per favorire l’aderenza terapeutica e prevenire l’abuso dei diuretici nella gestione cronica dello scompenso cardiaco.