
Per il secolo XIII e la prima metà di quello successivo, l’identificazione dei milites presenti nella documentazione relativa al contado di Firenze non è agevole. Lo stesso individuo può risultare connotato da un titolo cavalleresco (ser, miles, dominus) o non esserlo, dipendentemente dalla natura delle testimonianze. I cavalieri, definiti come tali, emergono in contesti documentari di matrice organizzativa e fiscale cittadina e comunale. Con il Trecento, il titolo di cavaliere, presente in Firenze e divenuto anche uno status-symbol, non è diffuso né nelle campagne fiorentinizzate, né nelle aree di signoria territoriale: una constatazione che orienta le indagini verso altri elementi indicativi di un ipotetico status cavalleresco, quali la preminenza locale, le disponibilità economiche, lo stile di vita e altri presi in considerazione in questo contributo.
I curatori presentano la seconda serie di contributi dedicati ai cavalieri rurali nell’Italia medievale, proseguendo il percorso di ricerca collettiva già illustrato nella prima parte. I saggi approfondiscono in particolare i problemi di identificazione dei milites nella documentazione, i problemi legati alla loro visibilità e invisibilità, nonché le forme di integrazione nei contesti politici locali e sovralocali, offrendo nuovi elementi per comprendere la varietà delle preminenze cavalleresche nelle campagne.
Partendo dall’analisi di un’introduzione di Riccardo Fubini del 1996 a un celebre studio del 1912 di Giovanni Battista Picotti sulla Dieta di Mantova del 1459, l’intervento analizza alcuni tratti della storiografia fubiniana, sottolineandone i dati di corrispondenza e di empatia con la “buona vecchia scuola storica”. Con riferimento ad alcuni dei temi della ricerca storiografica di Fubini – come, per esempio, quello della novità dell’emersione degli stati territoriali italiani tra XIV e XV secolo e delle loro audaci affermazioni di sovranità – si mostra come “istanza di sistematicità” e profondità della “esplorazione archivistica” siano stati in effetti tratti distintivi dell’idea di Fubini circa il métier d’historien. Alla luce di categorie come quella di “machiavellismo prima di Machiavelli” o della contrapposizione tra i concetti di ius e di virtus si prendono altresì in esame le riflessioni di Fubini sul linguaggio e la cultura politica della grande stagione dell’umanesimo politico del XV secolo. Vengono infine analizzate alcune riflessioni di Fubini sulla storia politica e diplomatica del Quattrocento italiano: dalla distinzione tra la Lega Italica (intesa come progetto federativo) e la politica dell’equilibrio (fondata sulla diffidenza tra i diversi attori), alla cosiddetta età delle congiure, alle vicende delle relazioni sforzesco-medicee.
La documentazione evidenzia come in area perugina fossero due le componenti principali dell’insieme dei cavalieri delle campagne: quella numericamente prevalente costituita da soggetti di condizione e residenza comitatina, i quali, oltre a possedere i mezzi per allevare e mantenere cavalli, erano in grado di utilizzarli sul campo di battaglia; l’altra, che comprendeva i milites propriamente detti, afferiva al gruppo signorile, sia pure al livello più basso, e quindi in quanto tale era rigorosamente distinta dagli altri combattenti a cavallo. Comunque, nel complesso si trattava di una componente minoritaria e marginale della popolazione atta alle armi. Tutto ciò si evince dai dati che emergono relativamente alla consistenza dell’esercito comunale, al momento della sua mobilitazione nel conflitto che oppose Perugia a Foligno nel 1282-3, mentre poco o nulla si sa su quale fosse la situazione nel periodo precedente.
Prendendo spunto da primi affondi mirati nelle lettere e nei materiali di studio dell'Archivio di Riccardo Fubini – recentemente versato dalla famiglia presso il Centro Archivistico della Scuola Normale Superiore –, gli autori di questa raccolta di saggi hanno bene messo in luce il valore di questo patrimonio documentario nel ricostruire il profilo di Fubini – tanto nel suo impegno di studioso dell’Umanesimo e della diplomazia rinascimentale, quanto nel suo ruolo di docente – e, più in generale, il dibattito sottostante ad una importante stagione storiografica.
Pourquoi les combattants à cheval des espaces ruraux sont-ils si peu visibles dans la documentation parvenue jusqu’à nous ? L’article prend pour terrain les campagnes de Foligno, exceptionnellement bien mises en lumière par les archives de Santa Croce de Sassovivo. Or, dans ce corpus, les cavaliers sont presque absents: ce silence vient surtout de la production de l’écrit et de son tri (place de l’oral, lexique notarial, sélection au cours du temps). En croisant les chartes de Sassovivo, des actes communaux de soumission et deux documents exceptionnels significativement conservés hors des fonds habituels, cette étude reconstitue aussi les réseaux, le statut et la culture matérielle de ces petits milites.
Il saggio mette a frutto un primo studio sulla documentazione dell’archivio privato di Riccardo Fubini partendo da alcuni dibattiti che lo studioso avviò dagli anni Sessanta con la storiografia anglosassone sull’Umanesimo, in particolare Paul Oskar Kristeller e Ronald Witt. Dai temi di quel confronto emerge l’interesse di alcune di figure fondamentali di umanisti, tra i quali Petrarca, Poggio Bracciolini o Antonio Ivani da Sarzana, che restarono al centro di molti lavori di Fubini. Il saggio approfondisce poi alcune direzioni della ricerca intellettuale di Fubini, specialmente nell’ambito dell’insegnamento e in quello della scrittura di opere di sintesi destinate al pubblico non accademico, in particolare un libro sulla storia dell’Umanesimo che lo studioso aveva progettato a partire dal 1988 e mai realizzato.
Il saggio ricostruisce l’articolazione e le peculiarità dell’archivio di Riccardo Fubini donato alla Scuola Normale Superiore (SNS) per volontà dello stesso Fubini e ancora in fase di riordino. In una prima parte, partendo dalle donazioni degli archivi di Mario e Riccardo Fubini, il contributo analizza la complessità della nozione di archivio di persona nel quadro dell’articolato patrimonio documentario della SNS, cresciuto soprattutto negli ultimi decenni del XX secolo e che ha subito diversi interventi organizzativi e descrittivi per rispondere alle sfide attuali. Nella seconda sezione l’articolo analizza e descrive l’archivio di Riccardo Fubini e, al contempo, illustra le modalità di riorganizzazione seguite nei confronti del materiale archivistico e i primi risultati di ricerca. Dalla ricostruzione di questo peculiare archivio di persona emerge la possibilità di osservare un vero e proprio atelier di studio e lavoro intorno al problema del Rinascimento tra cultura e politica di uno dei suoi maggiori studiosi.
Il saggio si confronta con le fasi della definizione del lavoro di Fubini come editore dei primi due volumi delle Lettere di Lorenzo de’ Medici nell’iniziativa di edizione delle lettere del Magnifico coordinata da Nicolai Rubinstein e punta a ricollocare questa impresa editoriale sia nell’itinerario intellettuale di Fubini, sia nel più complesso dibattito sulla diplomazia e sulla statualità tardomedievali e protomoderne. La ricerca è condotta sulle lettere e sui materiali conservati nel Fondo Fubini, recentemente ceduto alla Scuola Normale Superiore di Pisa, e si incentra sulle discussioni, relative alle forme e al carattere che avrebbe dovuto rivestire l’edizione, tra Fubini e i suoi interlocutori angloamericani responsabili dell’edizione, Nicolai Rubinstein, Myron Gilmore e Felix Gilbert.
Nel febbraio 1282 il giustiziere di Terra di Bari, Goffredo de Summesot, conclude l’inchiesta voluta da Carlo I d’Angiò, re di Sicilia, volta a verificare la struttura della militia regia nel giustizierato di sua pertinenza. Il contributo intende offrire una prima riflessione sulla fonte, dalla quale vengono presentati primi dati quantitativi generali utili a mostrarne le potenzialità non solo in chiave prosopografica. Attraverso il confronto con alcuni casi presenti nel Catalogus baronum e una prima verifica delle fonti locali, si propone una riflessione preliminare sulle caratteristiche dei milites locali sia nella loro relazione verticale con la corona o con i signori territoriali sia in quella orizzontale, sul territorio. Se ne trae un quadro d’insieme potenzialmente di grande interesse.
Il saggio esamina l’ordo procedendi del concilio di Pavia-Siena movendo dalle bozze delle nationes presenti al precedente concilio di Costanza, ricche di riflessioni e indicazioni relative al diritto di voto, alla maior et sanior pars, a commissioni, congregazioni generali e sedute solenni. Ci si sofferma in particolare sulla proposta della natio germanica, che va ben oltre gli aspetti tecnici per vagheggiare un ideale ‘metodo del consenso’, inteso come dinamico processo di decision-making. Ci si chiede quindi che cosa avvenne dell’esperienza di Costanza nel diverso contesto pavese-senese e come poté incidere sul processo decisionale l’assenza del pur non lontano Martino V. Alla luce degli eventi si valutano capacità consensuale, efficacia e debolezze dell’ordo, esaminando le tensioni crescenti fino al fallimento definitivo del concilio, e volgendo uno sguardo conclusivo all’eredità pavese-senese di Basilea.
Sono qui raccolti quattro contributi dedicati a singoli casi di studio, particolarmente ben documentati, che illustrano la multiforme natura della preminenza cavalleresca nelle società rurali italiane tra XI e XIII secolo.
This paper examines the phenomenon of local churches in the north-western Iberian Peninsula during the 10th and 11th centuries, focusing on their patrimony and the role of their owners within the framework of early medieval rural societies. Unlike the churches linked to the high aristocracy-extensively studied in historiography since the late 20th century-those under the control of peasant communities or local elites have recently gained attention thanks to the turn towards the study of social dynamics at the local level. In this context, these churches emerge as a central space for religiosity, sociability, and community identity. From this starting point, the paper offers an in-depth study of local churches, considering on the one hand the agrarian and non-agrarian assets they were able to manage, and on the other hand the broader set of assets belonging to their owners, to better understand the problem of social differentiation within local societies through an assessment of wealth indicators among these elites. Furthermore, in cases where churches had a communal origin, the paper analyses how individual members of the community participated in their management and endowment, assessing the internal social differences within the communities according to such participation. The analysis focuses on the Leonese area and is based on a significant documentary sample drawn from monastic and cathedral archives. The study highlights how local churches acted as instruments of both differ-entiation and social cohesion. Through their construction, endowment, and transmission, local elites consolidated their position within the community fabric, while simultaneously shaping internal differences. The control of these centres of worship thus appears as a privileged lens through which to understand power, wealth, and belonging in early medieval rural societies.
This article analyses the theological and symbolic role of medical metaphors in two discursive traditions of the late-medieval West: devotional literature and mendicant preaching. Through a comparative analysis of sermons by Giordano da Pisa, Bernardino of Siena and Saint Vincent Ferrer, alongside the Passion chapters of Vita Christi by Isabel de Villena, it explores how images such as the wound, balm or ointment articulate divergent models of spiritual healing. While preaching activates a penitential lexicon centred on incision, purgation, and redemptive fear, the Vita Christi develops a rhetoric of sweetness and fragrance, wherein sensory meditation transforms the wound into comfort. This study combines a philological and symbolic approach and argues that such metaphors are not mere embellishments but structural elements: they shape distinct spiritual architectures in which language does not merely represent redemption, it enacts it.
Economic needs, social conformism, inheritance relationships and forms of family control, constitute the main expectations and needs linked to the institution of the dowry. The transfer of goods was rarely avoidable in negotiations between families in late medieval Sicily. With regard to the fifteenth and mid-sixteenth centuries, the 105 dowry contracts examined here concern three communities of eastern Sicily, Catania, Paterno and Randazzo. The communities were closed geographically, linked economically and had the same customary laws. This article focuses on the organization of parental and inheritance relationships; the reasons that led to choosing specific assets for the dowry; and the place of residence of the spouses. The typology of goods allows us to delve into the economic and symbolic importance of the dowry and woman's role in the latter. The limited data on the residence do not allow for generalizations but they offer some significant information. Nevertheless, the analysis carried out confirms the need to connect theory and practice. Only a precise contextualization can gradually limit the approximation of our understanding.
The bipartite structure of the prosimeter corresponds to a substantial linguistic dichotomy: on the one hand the 'lyrical' vernacular of Gallo-Romance and Sicilian origin, on the other the 'didactic' vernacular of prose. The language of prose, in particular, is distinguished by realism, which pertains to the representation of settings and characters, compensating for the descrip-tive indeterminacy of poetry and bridging the gap between reality and its figuration through the use of grammatical structures typical of that scientific literature probably enjoyed by Alighieri at the 'schools' of the laity. The essay examines those lexical and syntactic Latinisms that denote the compilative-exegetic vocation of Vitanovan prose, projecting Dante's text into the cultural horizon of Florentine literary prose of the thirteenth century and of contemporary vernacular translations of the classics, characterized, in addition to the linguistic transposition, by the ex-egetic supplement of the sposizione: consider Brunetto's Rettorica and Bono Giamboni's Fiore di rettorica, which, according to Cesare Segre, together with the later vernacular translation of Zucchero Bencivenni's Somme le roi, constitute the "pre-Dantean Florentine triumvirate".
This article aims to offer a new interpretative paradigm for observing the numerous and varied occurrences of the terms cafagium (gaggio-gazzo, caggio, cafaggio) and sundrium (sundrio-sondrio), of Lombard linguistic origin, found both in early and high medieval documentary sources and in the present and past toponymic fabric. Through an etymological-semantic anal-ysis and historical contextualization of the documentary uses of these words, the central role of the public curtis (royal and/or ducal) in defining a new geography of power at the transition between the sixth and seventh centuries is highlighted. It is a process comparable in importance and scope to centuriation. Indeed, the two terms mark the process of fiscalization of space in the different regions of Lombard Italy, that is, the making of the first post-Roman state in the West, no longer economically based on taxes but on land rent.
During the first and second centuries AD, a new meaning of the term conductor began to emerge, different from the traditional one attested, among others, by Pliny the Younger: as shown by the grandes inscriptions from the Bagradas Valley, the conductores of large imperial and private estates were not small tenants renting parcels of a fundus, but general contractors equipped with significant financial resources, used as guarantees for leasing entire estates. For a long time, scholars have sought to distinguish these wealthy figures from their counterparts in the service of the Church, identifying the conductores of ecclesiastical lands with humble social groups of limited economic means. This article aims to move beyond that interpretation, high-lighting how it is largely based on a misreading of four documents: a letter from Pope Gelasius, one from Pope Pelagius I, and two passages from Gregory the Great's Registrum.