Secondo una revisione scientifica del 2026 effettuata su tutti gli studi epidemiologici, consumare più FSIG di chi ne consuma poca o per niente riduce significativamente la mortalità per tutte le cause ( - 23%) ed in particolare per quelle cardiovascolari (- 26 %), e contrasta l’occorrenza di nuove malattie cardiovascolari (- 14%), tra cui ictus cerebrale (- 9%) e malattie coronariche (- 19%), probabilmente grazie all’azione antiinfiammatoria, antiossidante ed equilibrante i profili lipidici ematici dei suoi nutrienti.
Background Ulcerative colitis (UC) is a chronic inflammatory bowel disease where diagnostic delays can worsen the clinical outcomes and increase the strain on healthcare systems. This study investigated the frequency of potentially missed UC diagnoses in tertiary care and their impact on treatment patterns and healthcare utilization.Methods We conducted a retrospective cohort study using Tuscany's regional healthcare database (2006-2020). Adults newly diagnosed with UC between 2011 and 2018 were included. A "possible missed diagnosis" was defined as a hospital or emergency department (ED) visit for gastrointestinal (GI) symptoms occurring 7-60 months before the UC diagnosis. We assessed the initiation of azathioprine and non-conventional therapies, as well as the rates of ED visits, hospital admissions, and surgery. Survival analyses and Cox regression models were applied.Results Among 3,804 patients with UC, 313 (8.3%) had prior GI-related tertiary care visits suggestive of a missed diagnosis. The mean time to diagnosis was 27.5 months. Compared with those who were timely diagnosed, these patients were not more likely to start azathioprine or non-conventional therapies. However, subjects with a possible missed diagnosis had higher rates of ED visits [adjusted hazard ratio (aHR) = 1.8, 95%CI = 1.5-2.0], hospitalizations (aHR = 1.4, 95%CI = 1.2-1.7), and combined urgent care encounters (aHR = 1.5, 95%CI = 1.3-1.7) compared with other patients.Conclusions Patients with a potentially missed UC diagnosis are more likely to need emergency and inpatient care, despite receiving similar treatments. Promoting earlier recognition of UC symptoms in tertiary care may reduce avoidable hospital use and improve disease management.
Cipriani – Gli italiani, insieme a giapponesi, svizzeri e coreani, hanno la fortuna di vivere più a lungo al mondo. Bella notizia. Proprio in questi anni però i “boomers” della generazione più numerosa del dopoguerra stanno invecchiando e i più giovani fanno sempre meno figli. Già oggi un toscano o italiano su quattro ha più di 65 anni. Si annuncia una “tempesta perfetta”: più anziani significa più malati da curare e assistere a carico di famiglie e società con meno giovani produttivi e risorse che non crescono di pari misura. Gli epidemiologi del consorzio internazionale Global Burden of Disease-GBD hanno calcolato che quasi la metà degli anni di vita che viviamo in più rispetto ai nostri coetanei del passato non sono vissuti bene, per malattie o peggio per perdita dell’autosufficienza mentale e/o motoria. L’ideale sarebbe perciò vivere tutti gli anni in pieno benessere, comprimendo problemi di salute ed autosufficienza a pochi giorni prima del decesso. Ci possiamo riuscire? Chiedo aiuto a te, Luigi, che rappresenti il top a livello internazionale dei ricercatori epidemiologi sull’invecchiamento. Toscano di origine, hai lavorato da giovane a Firenze come geriatra clinico per poi affermarti in America come leader della ricerca epidemiologica sull’invecchiamento, coordinando i più importanti studi internazionali sull’argomento – di cui due in Toscana. Attualmente sei Direttore scientifico del più importante Istituto sull’invecchiamento del Sistema sanitario americano (National Institute of Aging, https://www.nia.nih.gov/). Allora, Luigi, aiutaci a capire cosa sappiamo ad oggi dei meccanismi biologici dell’invecchiamento, perché e come si invecchia. Ferrucci - Oggi sappiamo che l’invecchiamento non è una malattia, ma il risultato dell’accumulo progressivo di danni biologici che colpiscono cellule, tessuti e organi. Questi danni derivano da processi normali della vita (metabolismo, infiammazione, stress ossidativo) e da fattori ambientali. Finché i sistemi di riparazione e compenso funzionano, restiamo in buona salute; quando si indeboliscono, emergono malattie e disabilità. Invecchiare significa quindi perdere gradualmente la capacità di mantenere l’equilibrio biologico. Cipriani – Alcune persone sembrano più giovani dell’età che hanno o viceversa, e ricerche recenti fanno pensare che adesso si può misurare “quanto siamo vecchi”.
OBJECTIVES:Long covid affects over 36 million individuals in the European region, but its clinical profile is still poorly defined, particularly in the general population with less severe acute disease. This study aimed to assess the prevalence of a broad spectrum of symptoms potentially linked to long covid in the general population of Tuscany, Italy. METHODS:A cross-sectional study was conducted in January-February 2024 using Computer-Assisted Telephone Interviews in a representative population sample of Tuscany. Based on the WHO questionnaire long covid symptom list, data on 33 symptoms experienced in the past 6 months were collected, along with demographic and clinical characteristics. After excluding patients with COVID-19 within the past 6 months and those failing a screening cognitive test, symptom prevalence and ORs adjusted for sex, time since infection, smoking and concurrent diseases (aOR) were calculated according to COVID-19 history. RESULTS:After excluding 129 failing the cognitive test (6.4%) and 123 recent COVID cases (6.1%), among 1753 participants interviewed, 1013 (57.8%) had a history of COVID-19. The symptoms significantly more prevalent in individuals with previous COVID-19 were fatigue (12.8% vs 8.9%, aOR 1.6 (95% CI 1.2 to 2.2)), concentration impairment (5.5% vs 2.4%, aOR 2.2 (95% CI 1.3 to 3.8)) and skin rashes (4.5% vs 2.4%, aOR 1.9 (95% CI 1.1 to 3.3)). Prevalences and ORs were higher in more recent COVID-19 cases, particularly females and individuals with concurrent diseases. CONCLUSIONS:We identified in a population-based study some symptoms significantly more common in individuals with previous COVID-19. This approach complements data collected in clinical settings and in patients selected by greater disease severity. The findings may help future surveillance efforts and targeted public health interventions directed at optimising care pathways and mitigating long-term consequences.
Cipriani – La durata della vita in Italia sta ancora crescendo, arrivando nel 2025 a superare gli 83 anni, con le femmine in vantaggio di circa 4 anni sui maschi, secondo i dati ISTAT (https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/storie-dati-salute.pdf). Vivere più a lungo però può comportare anche più acciacchi e malattie, come quelle del cuore e dei vasi che causano un decesso su tre. Per evitarle, oggi sappiamo cosa dobbiamo fare e ne parliamo con Niccolò Marchionni, professore emerito di Medicina Interna e Geriatria dell’Università di Firenze, Presidente della Società Italiana di Cardiologia Geriatrica, clinico di fama internazionale, che da sempre si occupa dei problemi cardiovascolari e cognitivi nell’anziano e della loro prevenzione efficace. Marchionni ci insegna che la dieta, tra gli altri fattori, qui ha un ruolo davvero molto importante. Marchionni – Nel 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riporta che le malattie non trasmissibili rappresentano nel mondo il 75% delle cause di morte e provocano ogni due secondi una morte prematura (cioè, prima dei 70 anni di età): tra queste, le più frequenti sono le malattie cardiovascolari (CVD), responsabili di 19,8 milioni di decessi, pari al 32% di tutte le morti globali (https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/cardiovascular-diseases-(cvds). La stessa OMS suggerisce che l’85% di queste morti avrebbe potuto essere evitato o ritardato eliminando o riducendo l’impatto di fattori di rischio modificabili. I fattori che pesano di più sul rischio cardiovascolare sono infatti in gran parte nelle nostre mani: fumo, alimentazione errata, sedentarietà, peso corporeo eccessivo, scarsa qualità/quantità del sonno, consumo di alcol, gestione dello stress, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, sono tutti fattori di rischio per CVD ampiamente modificabili; e mantenendo un peso corporeo ottimale e prestando attenzione alla dieta, possiamo ridurre anche la probabilità di sviluppare diabete, altro fattore di rischio almeno parzialmente modificabile. Altri fattori – come familiarità, sesso, età – purtroppo non li possiamo cambiare, ma possiamo attenuarne molti degli effetti negativi con stili di vita corretti e con le terapie farmacologiche, quando servono. Terapie farmacologiche che sono tanto più fortemente raccomandate quanto maggiore è il rischio individuale. Basti pensare, a questo proposito, che le attuali linee-guida della European Society of Cardiology raccomandano obiettivi terapeutici di colesterolo LDL (il così detto colesterolo “cattivo”) assai più stringenti e ambiziosi che in passato: meno di 115 mg/dL in prevenzione primaria nel soggetto a basso rischio, ma meno di 55 mg/dL in prevenzione secondaria e/o nel paziente a rischio molto elevato (es.: pazienti con diabete mellito). Perché, in effetti, oggi si sa che per il “fattore di rischio colesterolo LDL” vale l’assioma: quanto più basso, tanto meglio.