
Caracterizar el armamento utilizado por los romanos en el siglo IV a.C. es una tarea compleja, ya que implica enfrentarse a numerosas imprecisiones, incertidumbres e incluso mistificaciones. Las dificultades derivan en parte de la escasez de testimonios arqueológicos y del reducido patrimonio iconográfico, ambos fuertemente condicionados por la doble influencia etrusca y griega. A ello se suma, en medida nada despreciable, la acumulación de reconstrucciones producidas sobre todo en la segunda mitad del siglo XX, a menudo basadas en datos heterogéneos y procedentes de culturas distintas, en el intento de interpretar el armamento de los combatientes al servicio de Roma. Este trabajo pretende ofrecer un marco crítico: por un lado reúne los datos ciertos; por otro, propone hipótesis plausibles y, al mismo tiempo, excluye algunos elementos que la tradición ha atribuido erróneamente al armamento romano del siglo IV a.C. El resultado es una imagen coherente con la lógica evolutiva de las armas. El armamento romano de este periodo aparece, de hecho, constituido en gran parte por adaptaciones de modelos procedentes de otros contextos culturales – en particular etruscos en lo que se refiere a la defensa –, mientras que las innovaciones originales resultan esporádicas. Una actitud que refleja fielmente la tendencia más general de la producción metalúrgica romana de la época.
Nello Scudo di Enea descritto da Virgilio, l’attacco dei Galli al Colle Capitolino rappresenta la scena di battaglia più lunga e elaborata prima della descrizione della battaglia di Azio. L’analisi condotta da Ph. Hardie riesce a mettere in luce la funzione e le analogie tra due battaglie epocali: nel 390 a.C. i Galli invadono Roma tanto da portare la loro minaccia fino al Campidoglio, una giornata cosi buia e negativa nella storia di Roma da lasciare una traccia duratura nel calendario. La citta viene salvata dall’intervento degli dei in un momento di estremo pericolo e questa scena viene posta sullo Scudo alla fine della storia arcaica di Roma segnalando in questo modo la certezza imperitura del favore divino verso la città. In modo analogo, lo scontro di Azio giunge a coinvolgere le principali divinità e la vittoria augustea apre la strada a un nuovo tempo e a un nuovo ordine divino.
Il contributo analizza l’emergere, nel XVIII secolo in Europa di un nuovo orientamento storiografico sulla Roma repubblicana e imperiale, fondato su un rinnovamento metodologico e ideologico. Tale processo, centrato su topoi quali la sconfitta dei Romani, la battaglia dell’Allia e il ruolo dei Galli e dei Celti, si alimentò dell’incrocio critico delle fonti, dell’analisi dei luoghi e di strategie analogiche e retorico-politiche innovative. La rilettura degli autori antichi favorì una reinvenzione repubblicana della tradizione romana. Tra Parigi, Roma e Napoli si sviluppò un dibattito che, attraverso figure come Brenno e il sacco di Roma, esemplificò i meccanismi di ideologizzazione della storia. In Francia, dopo Montesquieu, e a latere dell’abbé de Mably e di Rousseau si offrirono interpretazioni critiche della vicenda romana. In Italia E. Duni e F.M. Pagano elaborarono letture non tradizionali, ispirate al metodo genetico vichiano, critiche rispetto ai modelli di Livio e di Dionigi d’Alicarnasso. L’analisi del conflitto tra coppie antitetiche – vinti e vincitori, Romani e Barbari, senato e plebe – condusse a una riflessione secondo cui Roma sconfitta forniva ai nemici dell’imperialismo le categorie politiche per legittimare il conflitto sociale e civile. Da tali elaborazioni emergono, infine, una critica al governo del Regno di Napoli e la ricerca di un’identità collettiva dei popoli non romani, fondata sul sentimento di patria e di sacrificio.
La presa di Roma da parte dei Galli nel 386/387 a.C., evento centrale e traumatico nella memoria storica romana, non sembra aver avuto lo stesso significato per i Celti, impegnati in quel periodo a consolidare il loro controllo sulla Cisalpina. Le fonti antiche, con i racconti di Brenno e di Camillo, hanno contribuito a costruire un’immagine epica di questo scontro, interpretato dagli studiosi moderni come una cesura storica e culturale coincidente con l’inizio dell’espansione celtica storica. In ambito archeologico, questo momento è associato al passaggio dalla fase La Tène A alla fase La Tène B. L’arrivo di gruppi centro-europei in Italia è ben documentato da corredi metallici, in particolare armi e fibule in stile La Tène, sebbene distribuiti in modo diseguale e prevalentemente in contesti funerari. L’intervento analizza le caratteristiche dell’armamento celtico nel contesto italo-etrusco del IV secolo a.C., mettendo in luce fenomeni di adattamento e di scambio culturale. L’adozione della spada lateniana da parte di popolazioni come Veneti, Liguri e Piceni riflette il ruolo militare e culturale centrale dei Celti in questa fase. Viene infine evidenziata la specificità dell’armamento celtico nella fase iniziale dell’insediamento nell’Italia centro-settentrionale, dalle origini alla presa di Roma fino alle guerre sannitiche.
In età moderna l’iconografia tratta dalla storia antica è puntualmente utilizzata come strumento di propaganda e autocelebrazione. Per i committenti di cicli decorativi e di opere destinate alle dimore gentilizie o ai palazzi pubblici, più che la memoria di una sconfitta, quella dei Romani da parte dei Galli, è la storia della riscossa a divenire pretesto per illustrare le gesta eroiche, gli exempla virtutis di una gens che si vuole assimilare alla propria casata. In tali contesti prende rilievo la rappresentazione degli “uomini illustri”: tra questi Furio Camillo, condottiero vittorioso sui Galli ricordato come secondo fondatore di Roma. Tra XV e XVI secolo compaiono alcune immagini della battaglia dell’Allia, inserite in complessi decorativi dal programma iconografico articolato; per il resto, in esempi fino al XVIII secolo, l’illustrazione della battaglia lascia il posto alla celebrazione dell’eroe romano.
Questo saggio discute come le dinamiche della memoria collettiva e culturale, e nella fattispecie quella di tipo traumatico, implichino una manipolazione creativa del passato e dunque influenzino la formazione e trasmissione delle tradizioni storiche antiche (cronologia, topografia e modelli narrativi). In campi come quelli della memoria e dell’identità, ogni riflessione di oggi deve dialogare con la riflessione, di natura marcatamente interdisciplinare, sui fondamenti delle dinamiche memoriali gettate nel corso del Novecento. Nella prima parte del saggio Maurizio Giangiulio discute, a partire dalla ‘rottura’ con la prospettiva soggettivista di Henri Bergson da parte di Maurice Halbwachs, della natura della memoria collettiva. Non memoria di un presunto soggetto collettivo, ma memoria di gruppi e ambienti, dunque sociale e identitaria. La memoria culturale di Jan Assmann deve ad Halbwachs più di quanto si riconosca, ma introduce la nozione cruciale di “costruttività della memoria”. Nella seconda parte del contributo Giorgia Proietti illustra le linee di ricerca più recenti sviluppate nell’ambito dei “trauma studies” a proposito della commemorazione della guerra da parte delle comunità coinvolte, con particolare riferimento a sconfitta, lutto e distruzione, di cui offre una panoramica puntuale (sul versante sia della psicopatologia bellica sia degli studi sull’Olocausto) e un esempio tratto dalla storia greca, il sacco persiano di Atene del 480 a.C.
Attraverso un’analisi sintattica e contestuale, l’articolo riconsidera le relazioni logiche e cronologiche tra gli eventi menzionati alle linee 2-4 e 7-8 dell’iscrizione. Ne derivano quattro proposte principali: 1) l’aiuto alimentare quadriennale sarebbe stato erogato ai gladiatori prima del munus magnum et splendidum di cui furono protagonisti; 2) la liberalitas associata a questo munus sarebbe consistita nella distribuzione, dietro pagamento di tre victoriati per razione, di pane cotto; 3) il pane sarebbe stato ottenuto con grano acquistato al prezzo di cinque denarii per modius e messo a disposizione ricevendo un indennizzo di tre victoriati per modius; 4) il munus gladiatorium magnum et splendidum si daterebbe al 70 o 71 d.C. e la caritas annonae durante la quale si svolse sarebbe all’origine dell’allontanamento delle familiae gladiatoriae a più di duecento miglia da Roma.
Lo studio analizza la fortuna illustrativa medievale dell’assedio di Brenno al Campidoglio. L’episodio non compare nella prima edizione illustrata delle Decadi (Paris, BnF 5690). La più antica immagine dell’assedio è invece conservata nel Vat. lat. 3340, una copia delle Historiae adversus paganos (V secolo d.C.). Il testo, che rielaborava in senso cristiano gli scritti di più autori classici, è la principale fonte di conoscenza della storia antica del medioevo latino. L’illustrazione del Vat. lat. 3340 è parte di un piccolo corpus di disegni al tratto che si snoda sui margini di un manoscritto meridionale trascritto tra la fine dell’XI e il primo XII secolo. La scena dell’assedio al colle capitolino offre un’interessante reinterpretazione medievale dell’episodio. La storia “attualizzata” del Vat. lat. 3340 anticipa i grandi cicli della letteratura in lingua romanza sulla storia antica che si diffusero nel basso medioevo.
Il testo è una nuova analisi iconografica del rilievo S 499 (o coperchio di sarcofago) con battaglia tra l’esercito di Dioniso e gli Indiani conservato nella Sala degli Imperatori del Palazzo Nuovo dei Musei Capitolini. La presente descrizione, con l’ausilio della documentazione grafica che testimonia i vari stati di conservazione del rilievo quando faceva parte della Collezione Della Valle nel Rinascimento e poi della Collezione Albani, confluita nei Musei Capitolini (XVIII-XIX), offre del fregio, che ha suscitato vari dubbi interpretativi, una nuova lettura. La ricostruzione dei singoli nuclei narrativi della battaglia, alla luce della tradizione mitologica intorno al trionfo di Dioniso in Oriente, creata da Alessandro Magno, dimostra l’originalità iconografica del rilievo e permette di formulare nuove ipotesi sulla sua possibile associazione con altri esemplari della collezione Della Valle assorbiti dalla Collezione Albani nel Palazzo Alle Quattro Fontane (Albani Del Drago).
The study investigates the northern walls of Pompeii between Porta Vesuvio and Porta Ercolano, focusing between Towers X and XI to analyze Samnite phases through opus quadratum masonry and identify internal stratigraphy. Typological and statistical analysis reveals: (i) the predominant height value of the blocks corresponded to 1½ Oscan-Samnite feet; (ii) although the masonry is classified as opus quadratum, the survey revealed that the blocks are polygonal in shape; (iii) although the laying surfaces may seem horizontal, they are actually polygonal chains made of line segments with varying inclinations. These characteristics are the result of deliberate choices with cultural and technical content.
Circa dieci anni dopo la disfatta romana dell’Allia, una seconda battaglia si sarebbe combattuta presso lo stesso fiume, nel 380 a.C., tra Romani e Prenestini. Lo scontro con Praeneste fornisce lo spunto per interrogarsi circa il possibile armamento delle truppe prenestine e, più in generale, latine di età medio-repubblicana. La documentazione archeologica relativa a Praeneste offre dati di un certo interesse, considerata anche la scarsità di concrete evidenze materiali disponibili per il periodo in questione per lo stesso esercito romano. Il repertorio iconografico tramandato dal corpus delle ciste prenestine fornisce dati e indicazioni di tipo antiquario sull’armamento e sugli usi militari, restituendo l’immagine di un equipaggiamento vario ed eterogeneo, aperto soprattutto ad apporti e contatti provenienti dal mondo magno-greco e italico-meridionale, ma non esente da elementi di consonanza e identità con i più settentrionali ambienti di area etrusca, umbra e celtica. Pur senza poter affermare con certezza che tale armamento rispecchi quello reale dei Prenestini e dei Latini, è plausibile che la loro dotazione militare fosse effettivamente caratterizzata da questa dimensione eclettica, comune anche alla Roma medio-repubblicana.
Il presente contributo prende in esame appunti e disegni inediti dall’Archivio Gatti relativi alle scoperte fatte nel piazzale interno di Porta Maggiore tra il 1911 e il 1923. All’analisi dei ritrovamenti architettonici, quasi esclusivamente tombe di diverse tipologie e cronologie, verrà affiancato lo studio dei reperti epigrafici scoperti all’interno o nei pressi di questi sepolcri. L’obiettivo è quello di analizzare insieme contesti e iscrizioni, per l’acquisizione di nuovi dati sul vasto sepolcreto tardorepubblicano e imperiale che occupò e definì per secoli i confini orientali di Roma.
L’articolo si incentra sul modo in cui gli storici francesi hanno affrontato la battaglia dell’Allia, in particolare tra Ottocento e Novecento, con alcuni excursus nel Settecento e nel XXI secolo. Indagare come e quando l’evento sia stato oggetto di studio da parte della storiografia francese apre diversi assi di riflessione. La questione propriamente metodologica, relativa alla critica delle fonti così come alla ricostruzione e alla comprensione dell’evento nella sua portata storica, si intreccia con le specificità dell’analisi proposta sui Galli dagli storici nel contesto della costruzione della nazione francese, poiché il dies Alliensis rappresenta uno dei luoghi in cui riecheggiano i discorsi intellettuali e politici sull’identità del popolo. I progressi della disciplina archeologica, insieme all’affermarsi dell’approccio strutturalista e antropologico, contribuiscono nel XX secolo a restituire una sostanza storica all’evento, aprendo anche spazio a una reintegrazione dell’evento nella storia delle dinamiche di popolamento e delle vicende politiche della penisola italiana all’inizio del IV secolo a.C.
Lo studio esamina i principali elementi archeologici che permettono di tracciare un profilo dell’uso dell’acqua a Leptis Magna (Libia). Il ruolo principale nell’edilizia abitativa appare svolto dalle cisterne, mentre i pozzi avevano un ruolo marginale. Gli acquedotti rappresentarono un forte elemento d’innovazione a partire dall’età adrianea e forse già con Traiano. La stima della loro portata si basa sulle caratteristiche dell’acquedotto proveniente dall’uadi Caam e sui probabili consumi delle fontane pubbliche e delle terme: il rifornimento idrico giornaliero si può così valutare in più di 20.000 mc. Le numerose cisterne pubbliche erano fondamentali nel trattamento dell’acqua e per la compensazione delle variazioni di portata degli acquedotti. L’esame delle fontane minori e del Ninfeo Severiano mette anche in evidenza il decor che caratterizzava gli interventi pubblici della media età imperiale.
La puntualizzazione del tracciato della via Salaria con la posizione dei miliari, lo studio del corso del Tevere e della idrologia della piana della Marcigliana consentono di delineare il paesaggio nel quale si svolse la battaglia dell’Allia, a valle dei Crustrumini montes, all’undicesimo miglio della via Salaria. La pianura, come è stato possibile ricostruire, ha subito nel tempo incisive trasformazioni, in particolare con il cambiamento del corso del fosso della Regina, antico Allia, in epoca fine repubblicana-imperiale. La ricostruzione avanzata della configurazione della pianura al tempo della battaglia tra Romani e Galli giova a comprendere la strategia sottesa allo schieramento romano e le fasi dello scontro.
Dopo una breve introduzione sulla memoria delle sconfitte militari romane, e della “costruttività della memoria” che trasformava le disfatte in exempla collegandole a interdizioni religiose e calendariali, viene approfondito il caso della disfatta dell’Allia (390 a.C.), considerata come una sorta di “madre di tutte le sconfitte”. L’articolo discute la sua eccezionalità nella memoria romana, la complessa tradizione storiografica che la circonda – con dibattiti sul ruolo di senatori e sacerdoti – e la sua rappresentazione come monito contro la perdita dell’identità romana, in particolare in Livio.
Nel mondo greco, il vino veniva spesso manipolato mediante l’aggiunta di svariate sostanze e la sua preparazione richiedeva l’impiego di strumenti specifici, ampiamente attestati dalle evidenze archeologiche. La presenza di tali oggetti nei contesti funerari delle popolazioni indigene della Basilicata preromana solleva diverse questioni: si trattava di elementi semplicemente mutuati dalla tradizione greca oppure integrati come simboli di un contatto culturale? Il loro uso ha condotto a un’evoluzione delle pratiche sociali connesse al consumo e alla preparazione del vino? L’articolo affronta tali questioni attraverso casi di studio, mettendo in luce l’importanza delle pratiche del mangiare e del bere nelle antiche società.
Partendo dall’analisi, necessariamente sommaria, di peculiari contesti sacri che caratterizzano le coste dell’Adriatico meridionale, in particolare quella pugliese, si vuole affrontare il tema del complesso rapporto fra scrittura e luoghi di culto. I siti oggetto di studio sono infatti caratterizzati dalla presenza di antri e complessi carsici, all’interno dei quali sono state individuate diverse iscrizioni a carattere prevalentemente votivo, incise sulle pareti degli ambienti rupestri. I testi editi, databili tra il IV a.C. e il III d.C., sono preziose testimonianze e fondamentali indicatori cultuali, soprattutto per quei siti che non hanno restituito altro tipo di evidenze archeologiche.
Cette publication traite des trente-et-un signacula ex aere, pour la plupart issus de cabinets de curiosités des XVIIe et XVIIIe siècles, entrés dans les collections de deux musées de Lyon, aux XIXe et XXe siècles. Les cachets ont été collectionnés pour leur caractère épigraphique. Les noms inscrits, très souvent des affranchis, apparaissent comme des personnages impliqués dans la vie économique de leur temps, seuls ou regroupés en societates. Ce sont presque toujours des hommes, dont la fonction n’est que très rarement précisée ; malgré leur abondance, ces objets d’usage quotidien, utilisés pendant plusieurs siècles, gardent une partie de leur mystère.
This article explores the complex and multifaceted relationship between writing and religious traditions in ancient Roman Venetia, with particular attention to two prominent cult sites: the Reitia sanctuary at Este (ancient Ateste) and the alpine sanctuary at Lagole di Calalzo di Cadore. Through a close analysis of the extant epigraphic record, the study identifies patterns of continuity and transformation that shaped the historical trajectories of these sanctuaries as Roman influence progressively took hold in the region. The primary aim is to reconstruct the timing and dynamics of the linguistic, religious and social processes of acculturation that informed the integration of both centres into the Roman world.